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sabato 8 aprile 2017

ROSSO

Non riesco a fare nulla, sono ancora qui con te, nella calda coperta delle emozioni e dei profumi che mi lasci. Avvolta nella CURA di cui parla Battiato, quella Cura che ci stiamo donando a vicenda e che ci riempie e riscalda. È un sommelier che ti riempie il calice di ROSSO, questo nostro tempo, questa nostra Storia. È calore che ti arriva nelle viscere, nel sangue, ti ricolora i chakra. Mi verso altro caffè non nella mia tazza ma nella tua. Sono ancora qui con te, coi tuoi cioccolatini in mano e quella foto aperta… che tra poco eliminerò.

domenica 2 aprile 2017

QUESTA SPORCA SESSUALITA’, di Sonia D'Alessio


La sessualità non è una parola scabrosa, non è una cosa sporca, non è un peccato. E non è un film porno, non è neppure il kamasutra, non è aprire le gambe, ansimare. Non è il piacere della carne, non è un amplesso, non è un orgasmo. Non è banalmente tutto questo. No, non è tanto poco, la sessualità!  No, la sessualità è tantissimo di più.
È una estensione della nostra interiorità, un riflesso dell’emotività, una risposta alle nostre esigenze che si sono lentamente sedimentate in noi a partire dall’infanzia; è una richiesta della nostra mente. Essa trova tante strade, i sensi sono il volano su cui viaggia. E allora una carezza che ci sfiora ci riporta alla mente qualcosa del passato, un odore ci trasporta altrove, una musica, una voce nell’orecchio, un fiato sul collo. Sono tutti starter con cui il sesso prende forma, per collegarci al nostro io più profondo. E la mente centrifuga ricordi, esperienze, traumi, sogni, desideri, speranze, paure. Li impasta in nuove forme. Noi siamo tutto questo, la nostra sessualità è tutto questo. E ognuno tira fuori dal cassetto dell’anima feticci e perversioni. Parole che incutono terrore e diffidenza, che suggeriscono l’idea di qualcosa di deviato, di strano, di peccaminoso e sbagliato, che non segue le norme convenzionali di comportamento. Eppure c’è chi nel sesso ama essere apostrofato con nomignoli o parolacce, essere preso di forza, sculacciato; c’è chi ama travestirsi, tradire o essere tradito, farsi guardare da terze persone, farsi sentire dal condominio mentre si urla nell’apice del piacere. C’è chi desidera la donna del suo amico, chi vuole farlo con uno sconosciuto, chi lo fa in luoghi pubblici. Chi è attratto dal suo capo, chi dal dottore, chi si eccita a guardare una persona in divisa, chi pensa alla biancheria intima più strana, chi va nei siti porno, chi nei privèè. Chi frequenta spiagge di nudisti, chi colleziona scatti osé e si fa continuamente selfie spinti, chi ama il sesso virtuale al telefono, chi su internet, chi vuol vedere la propria donna leccarsi con un’altra donna. Le perversioni sono tenute segrete e a freno da molti, combattute mentalmente. Per i coraggiosi invece a volte è un problema trovare l’anima gemella cui poterle dichiarare, non si riesce a condividerli, i propri feticci. Talvolta capita che a uno possa non piacere una cosa che la società ha stigmatizzato come scontata e normale, invece ci sono uomini a cui non piace la penetrazione e donne a cui non piace essere penetrate. E allora si finisce nel vortice della paura del pregiudizio, dell’isolamento, di essere etichettati e giudicati diversi, da scartare e mettere in un angolo.

Bisognerebbe riappacificarsi con la propria sessualità, viverla con leggerezza e incanto, accompagnarla con il gioco catartico e salvifico. Bisognerebbe accettare che la sessualità è la somma dei nostri momenti di crescita, delle esperienze infantili, del rapporto con le figure parentali, degli insuccessi e delle manie, delle ansie verso il futuro, delle paure, del narcisismo e dell’angoscia. La sessualità, se vissuta con questa consapevolezza, può essere l’ago della bilancia che mette d’accordo i mostri che ci abitano dentro, che ci turbano. Accogliamoli questi mostri, ascoltiamone la voce e le ragioni. Se si riesce a trovare la persona complice con cui possiamo permetterci il lusso di gettare via la maschera, la sessualità diventa una potentissima espressione del sé. Il mezzo di comunicazione che meglio di tutti può essere la nostra valvola di sfogo. Condividere le proprie fantasie con il sorriso sulle labbra, senza paure, senza ipocrisie, senza alcuna vergogna significa vivere pienamente il proprio essere, esplorarsi fino in fondo, conoscersi più profondamente. Nella sessualità, persino quando non si è innamorati, c’è sempre un collegamento con l’amore. L’atto sessuale è la fusione di due menti, l’incontro di due mondi sconfinati che travasano l’uno nell’altro piccoli tasselli di sé. Si ha estremo bisogno di comunicare il sé agli altri. La sessualità molti dovrebbero rivederla, spogliarla dei condizionamenti di una cultura purtroppo poco laica. Ci hanno educato dicendoci che è peccato. E ora è più difficile riscoprirla con gioia, imparare ad ascoltarne i bisogni, la preghiera silenziosa. La nostra sessualità chiede di essere amata. Rinnegarla con vergogna significa non accettare noi stessi, non cogliere la nostra essenza vitale, significa non innaffiare il fiore che ci respira dentro.

L'AMORE IMPERFETTO, di Sonia D'Alessio #SF&P

Mi catturano le imperfezioni. Quel taglio sullo zigomo, quella ruga attorno alla bocca, la venuzza blu un po' storta. M' incanto a seguirne il percorso. Devo mettere il dito sul neo, carezzare col dorso della mano la ciocca di capelli ormai imbiancata, scavare nellla fossetta sul mento, sfiorare gli occhi che non vedono bene e hanno lentine o occhiali. Mi curvo a baciarne le ciglia. Devo tastare quel filo di pancia o l'ombelico imperfetto, devo ridere dell'eccessiva peluria o delle unghie mangiucchiate. Devo perlustrare la mappa dei nei sul dorso o osservare i denti imperfetti. Sento il bisogno di scovare le imperfezioni e amarle. E' lì che si annida la storia di un uomo, la sua unicità. E' lì che probabilmente si è amato meno. E' lì che voglio fargli sentire il mio Amore.

mercoledì 29 marzo 2017

La felicità

La felicità è fatta di attimi, "gli sparuti, incostanti sprazzi di bellezza" direbbe Gep Gambardella. Attimi a volte rubati e inventati, impastati con poco, come s'impasta il pane con un pugno di farina, Coraggio e Amore. E sì, ci vuole coraggio per essere felici. E Fantasia.
Ti esplode nella pancia, la felicità. E metti al mondo te stessa, la tua nuova energia, come la nuvola gravida di pioggia e di elettricità partorisce se stessa. E' uno scambio terra&cielo, la felicità. Quando sei felice sei pura energia, senti che hai un dono da offrire alla Terra.
Il mondo ha bisogno di Anime che hanno la gioia negli occhi e la festa nel cuore.
Namastè.

domenica 19 marzo 2017

A MIO PADRE



Forse qualcosa è rimasto. Chissà.
Atomi di te che solcano
malinconici
la mia stessa dimensione spazio-tempo.
Forse qualcosa vaga nell’aria.

Inalerò il tuo odore
respirando affannata
per una corsa.

Calpesterò atomi di te
mentre cammino a piedi nudi sulla spiaggia.

Ti guarderò all’orizzonte
di rosso tramonto vestito.

Ti berrò con l’acqua salata
mentre nuoto al largo.

Ti sorriderò
quando festoso arcobaleno
colorerai il cielo.

Sarai la lacrima che mi scorre lenta.
O il suono argentino
della mia risata.

Sarai la carezza del vento.
O il sole che brucia la pelle.

Sarai, forse, quell’ombra che mi segue gioiosa.
O gli occhi di un cane fedele.
Sarai nell’aria.

Forse qualcosa è rimasto. Chissà.

MI APPARI

M’appari, ebbra di luce a raccogliere molecole sparse
Di infinito, regina ed esule respinta di un mondo mai domo
Fiera vestale d’oblio, spuma di mare, sabbia dei secoli a venire,
trama di fitti respiri che regola il battito del mondo.
Ed io, d’estatico stupor sorpreso, muto ad indovinare
Le tue forme di giungla ed i silenzi tra noi leggeri, uditi
E poi raccontati, di bocca in bocca mutati.
Indomito cerco i segni della tua ombra vàgula, vaticinio
Di incanto e di delizia, presagio d’eternità.
Tu sola gemendo giaci, frenetico furor frenando, gesto antico
Retaggio di regalità.

Tua missione è la vita e vivendo la compi. (di P.C.)

(Una poesia ispirata a me. Grazie dell'omaggio)


lunedì 13 marzo 2017

L’ALBA RITORNA

 


Salivo il declivio faticoso della vita:
le membra stanche,
la fronte sudata,
il cuore colmo d’amarezza.

Il chiarore dell’alba
mi sorprese,
i miei occhi vizzi e stanchi
riscoprirono i colori del giorno.

E poi il sole mi avvolse,
iniettandomi energia.

La pioggia idratò
la mia pelle arida,
lavò le ferite.
Le mie orecchie
riscoprirono i suoni
della vita che palpita.
Rinacqui.
Come rinasce l’alba 
 (Sonia D'Alessio)


                          

COME IL MARE





Come l’onda che s’infrange sulla riva
sono i ricordi che m’invadono il cuore,
con quel dolce e triste sapore
di un notturno sul mare…
Il canto di mille stelle sirene
come il richiamo voluttuoso che udimmo
e la luna materna - nel cui grembo
 ci accoccolammo – il nostro letto.
Il rumore dell’onda
come il nostro sussurrare d’amore,
il sapore della salsedine
come quello della nostra voluttà,
il buio della notte
come il nostro naufragare…
Fummo gocce di mare
che annegano nell'oceano,
un puntino
negli abissi dell'universo
(Sonia D'Alessio)
Fummo gocce di mare
che annegano nell’oceano,
un puntino
negli abissi profondi dell’universo




Fummo gocce di mare
che annegano nell’oceano,
un puntino
negli abissi profondi dell’universo.             


sabato 11 marzo 2017

LADRA , di S. D'Alessio


Di fremiti da tempo orfana
uno spicchio di luna mi ritaglio,
frutto succoso
che rubo al giardino proibito.
Alle labbra lo porto gustoso
il succo mi spremo
a satinarmi
la pelle opaca degli anni.
E m'incorono regina
in questa nuova alba di sogni.
Il sorriso non l'avevo
--- l'ho rubato alla luna...




L'OMBRA, di S. D'Alessio



Cammino su una via troppo dritta e assolata,
l'ombra mia mi fa compagnia.
Piccolo mimo che saltella e rotola
si affaccia verso viottoli e mulattiere,
faccia di clown triste perché non lo seguo.
Delicatamente poi mi prende la mano,
svogliatamente mi lascio andare
scavalco il parapetto
ed eccolo lì... il mare...
 

Son le due parti di me, una che va sulla strada troppo dritta, l'altra che vorrebbe prendere viottoli e mulattiere. Vince la seconda che mi porta a scoprire l'azzurro e immenso luccichio della vita. 

venerdì 10 febbraio 2017

TENEREZZA INFINITA di S. D'Alessio

Camilla ha tirato la coperta tutta dal suo lato. Ha freddo. Si gira a guardare suo marito: sul comodino di lui, al chiarore vacuo del lumicino notturno, biancheggia una pillola. Ecco, ha dimenticato nuovamente di prenderla! La sera crolla guardando la tv e se ne scorda.
 Sta russando profondamente. Non le dà fastidio. Ormai ci è abituata. Sono cinquanta anni di vita insieme. Lei aveva solo sedici anni quando lui la prese per la prima volta. Era un ventenne forte e risoluto, Alberto. Le era piaciuto per la simpatia. Quanto la faceva ridere! Serate intere a ridere e gioire, correre, chiacchierare.
Di lui conosce ogni più piccolo particolare; ogni pensiero recondito, sa leggere. E lui di lei, ogni più piccolissimo odore nascosto, ogni neo, ogni ruga.
Alberto russa, con la bocca spalancata e il capo reclinato all’indietro. Emette un sibilo intermittente, mentre la pancia va su e giù. Lo guarda, Camilla. Beato lui, pensa. Lei invece è insonne. E la vescica è piena. Si alza per andare in bagno. Prende la piccola torcia sul comodino per farsi luce. Tanto ogni notte è così. Si mette sulle spalle la lisesa di lana che lei stessa ha fatto con i ferri. A passetti piccoli va in bagno. Quando torna, suo marito è desto.
-          - Ti ho svegliato… mi spiace…
-      -     Mi hai lasciato senza coperta… - risponde lui, ironico.
La tira a sé dolcemente, risistemando il piumone.
 È bello stare stretti stretti, avvolti a cucchiaio. La testa di lui affonda nella chioma canuta e morbida di lei. Nel suo odore di gattino bagnato.  Tiene le mani avvinghiate al bacino ossuto della consorte, Alberto. Gioca coi piedi di Camilla. Gli è sempre piaciuto sentire quei piccolissimi piedi ghiacciati. Strofinarci i propri.
Con una mano le accarezza i capelli e le soffia sul collo.
-          - Ho freddo, Albe’ – sussurra lei strofinando di rimando i suoi piedi con quelli del marito, nodosi e duri. Ma lui è un termosifone. Il calore del suo corpo è già arrivato a scaldarla.
 Il marito gioca con la bocca sul collo di lei. E una mano s’intrufola sotto la maglia del pigiama a cercare i capezzoli. Trova un’altra maglia, e poi un’altra ancora.
Si ritrae, lei, appena un pochino. È l’effetto del pudore. Dopo tanti anni non le è ancora passato. Fanno l’amore così, al buio. Senza fretta, senza più la passione in corsa. Alberto quasi nudo, lei mezza imbacuccata nella lana. Ci ha provato lui a chiedere di più, ma poi si è arreso. Sua moglie è così. Mette una specie di muro, si irrigidisce. A volte ha paura di farsi male.  Lui ha imparato ad essere delicato, lento, attento.
 Lo ha educato lei all’amore.
Quando fanno sesso hanno nella mente il ricordo dei loro anni ruggenti, il furore, l’ardore, le sperimentazioni rubate. Quelle che Alberto riusciva a strappare alla moglie pudica, dopo tante insistenze.
 Piccole grandi cose intime.
 Ora è diverso. Fanno l’amore senza urgenza. Sopita è la furia ormonale; la foga dei baci a morsi è un lontano ricordo.
 La notte è lunghissima, nessuna sveglia li tirerà giù dal letto.
Si amano con lentezza infinita, indugiando nei gesti, nelle lunghe carezze.

Sì, lo ha educato lei all’amore, ha vinto lei: è tenerezza infinita….



SOGNO D'AMORE di S. D'Alessio

Mi accarezza, lo accarezzo…ma…è peloso…oh no, è Miciatillo, che mi tira con la zampetta e mi alita un soffio pestilenziale sul viso con il suo sbadiglio.
La sveglia del telefonino cellulare, sulle note di Mika, “Any other world”, mi avverte che son già le sette! Ho capito, ho capito, è ora di alzarsi. Ma che, sognavo? Dove sono quelle morbide labbra, quel calore dolcissimo? Mah, pazienza! Sognare un sogno così non è poi tanto male come inizio di giornata. Magari porta pure bene. Vuoi vedere che metto il punto a ‘sta sfiga che mi perseguita dall’era paleozoica e incontro finalmente un tipetto giusto per me? Un tipetto poeta, cantore dell’anima, che ama la mia stessa musica, guardare le stelle, leccare il gelato, spalmare la nutella sulle fragole! Un tipetto che esulta se vede le lucciole (esistono ancora, bisogna crederci!), ama i tramonti, scrive versi solo per regalarli alle piante, parla al vento e alla pioggia, e, soprattutto, che ASCOLTA? Che dici, Musino, esisterà un diamante così?
Metto un po’ di musica, mi è venuta voglia d’iniziare la giornata con il “Sogno d’amore” di Liszt: non c’è brano più indovinato, oggi!
Mi guardo allo specchio… raccolgo la chioma con una pinza e mi calo nella vasca, mi immergo nell’acqua tiepida e schiumosa. Ahhh, che piacere! Ma perché mi lego i capelli? Non c’è cosa che adoro di più che immergere la testa… e se faccio tardi, machisseneimporta… ma che sarà mai ‘sto tempo? Il nostro padrone? Sciolgo i capelli, tappo il naso e scivolo giù nell’acqua, mi adagio completamente sul fondo della vasca. Da questa posizione si possono ascoltare i discorsi di tutti i condòmini del palazzo. Qualcuno sta litigando… Mia sorella
non se ne perderebbe nessuno. Ma a me che mi frega? Preferisco, giacché ho gli occhi chiusi, provare a ritrovare la magia di quel sogno, quegli occhi dolcissimi, quelle labbra come una giostra. E il mio lui, lo so, non avrà clessidre né orologi, e neppure meridiane.

UN NUOVO GIORNO - di S.D'Alessio

Declinano piano
 gli ultimi fantasmi della notte,
 evaporando nell’alba lattiginosa.
 Eccomi.
 Sono presente a me.
 Assorbo come una spugna,
 sotto la foglia delle palpebre socchiuse,
 gli albini raggi del sole
 che filtrano dalle persiane.
 Il giorno si stiracchia e sbadiglia,
inciampando maldestro
 sulle carambole degli ultimi miei sogni.
Sogni d'amore.
 Un gallo canta in lontananza.
 Scivolo giù dal letto,
 mi accoccolo nell’enorme poltrona
 in cucina,
in attesa del mio tè.
Lo spazio si rimpicciolisce
 di colpo attorno a me,
 il silenzio e gli odori della cucina
mi avvolgono in una calda coperta.
Chiudo gli occhi
a immaginare
il bacio del buongiorno.
E mentre sorseggio nel mio eremo
 un caldo tè
scopro che  sopportare con dignità
la propria solitudine
in fondo vale la pena.
Dopotutto...
domani è un altro giorno!






UNA STORIA DI CARNEVALE





Il carrozzone si è appena fermato. È notte e Mangiafuoco vuole riposare. Si affaccia ma non vede granché. È un campo brullo e desolato quello in cui stazionano. Che freddo!
-          - Soldino! – tuona con voce possente chiamando il suo assistente.
-        -   Comandi, padrone! – fa il piccolo tutto spaventato. Ha riconosciuto, nella voce del padrone, quel filo di asprezza che ben conosce. Si sta per abbattere su di lui qualche sciagura. Lo sente.
-          - Ho freddo.
-         - Mi spiace messere illustrissimo.
-        -   Accendi il fuoco! Fai un bel falò, voglio scaldarmi!
-      -     E con cosa, signor commendatore egregio pregiatissimo.
 Soldino rincara la dose dei suoi epìteti per addolcire il carattere del padrone. E’ un bimbo piccolo, Soldino. Un bimbo che qualcuno un giorno ha abbandonato allo spettacolo delle marionette. Lo ha trovato lì, Mangiafuoco, su una sedia; applaudiva. Sono passati già cinque anni. Ora potrà avere sì e no 7-8 anni. È insaccato in una giacca più grande di lui; i pantaloni invece sono piccolissimi; gli lasciano scoperte due sottili caviglie. Anche Soldino ha un freddo boia; si tira su le calze di lana sfilate e bucate; si copre gli orecchi con la coppola scozzese. Alita sulle manine gelate e poi le batte tra loro: sembra quasi che il sangue non circoli.
-          - Con la legna, citrulo!
-         -  Ma non abbiamo più nemmeno un ciocco, eccellenza signor cavaliere.
-        -    Con… con… con… Arlecchino! Ecco, sì, prendi Arlecchino.
-        -   Ohhhhhh! – un brusio si leva nell’aria di neve: i burattini tremano di freddo e di paura. Riuscirà il loro amico Soldino a tirarli fuori d’impiccio?
-          - Arlecchino? Ma …. – ribatte Soldino, cercando un appiglio, una scusa per salvare il suo amico Arlecchino, cui vuole un bene infinito. Il suo compagno di giochi e di avventure… - Ma… Forse, padrone, lei non conosce la storia di Arlecchino! Fa piangere. Fa veramente piangere, sigh!
E comincia a singhiozzare.
Mangiafuoco ama le storie strappalacrime. Si tira una coperta sulla lunghissima barba e sospira:
-          - Forza, racconta. Non conosco la storia di quel demente; so solo che pensa sempre a ridere, a fare frizzi e lazzi, piroette e inchini, a litigare con Pulcinella, a fare il cascamorto con Rosaura. Ma se la storia non è come dico io, brucerò Arlecchino e ci aggiungerò pure i giornali che tieni nascosti sotto la giacca. Li ho visti, sai? Buono a nulla di un Soldino!
Dunque Soldino inizia.
-          Era tempo di Carnevale. Il lunedì prima. Arlecchino se ne stava in un angolino tutto infreddolito. Eh, sì, padrone mio, anche Arlecchino aveva freddo. Guardava il braciere spento. Che freddo in quell’umida stanzetta in cui abitava! E aveva pure fame. Era tornato da poco dall’aver fatto un giro per la città. Aveva incrociato un gruppo di burattini mascherati da bambini, intenti a provare una quadriglia. Sì, insomma, un ballo per accompagnare il corteo carnascialesco dell’indomani. Alcuni indossavano già l’abito. Due si erano mascherati da Bacco e Arianna, c’era Sileno su un asino, un gruppo di baccanti, di satiri e di ninfe.
Arlecchino li guardava a bocca aperta e occhi spalancati. È triste non potersi unire alla festa, pensava il piccino. Ma lui e la madre… erano molto poveri.
-         - Etcì – starnutisce Mangiafuoco, che ha cominciato a commuoversi.
-          Ora Arlecchino si guardava attorno, ma non possedeva nulla. Nulla da mangiare. Nulla per riscaldarsi. Nulla per vestirsi. La chiave nella toppa lo fece trasalire. Era Ellequin, sua madre, una bambola poverissima, tutta vestita di nero. Di mestiere faceva la bambola della Quaresima; per tutti era Quarantana. Lavorava solo 40 giorni all’anno; i quaranta giorni che vanno da dopo Carnevale alla Pasqua. Nel resto dell’anno si arrangiava come sartina e tessitrice. Ma era davvero assai poco il lavoro. Nel mercoledì delle Ceneri, veniva messa appesa nei vicoli con un filo da un balcone a un altro. Reggeva in mano un fuso e una conocchia e aveva sotto la gonna un’arancia o una patata, con 7 piume conficcate dentro: i cittadini ne avrebbero tolta una alla settimana, ogni domenica, per contare il tempo che li divideva dalla Pasqua. Sei piume nere e l’ultima, quella della domenica di Pasqua, bianca. Ellequin era la Quaresima: la miseria nera nera! Quella sera era stata negli Inferi, a guidare la rivolta delle bambole. Ma anche la sua attività sindacale nel regno dei morti non le dava soddisfazioni.
La bambola si abbracciò il suo figliolo per tenergli caldo. Gli dette un pezzetto di pane duro che la serva  di Pantalone le aveva donato. E lei se ne stette digiuna.
-        -   Etcì! – starnutisce ancora il burattinaio – continua, Soldino. Come finisce questa terribile storia?
-          Di colpo bussarono alla porta. Erano gli amici di scuola di Arlecchino: ognuno con un pezzetto di stoffa: <<Arlecchino, vieni con noi, è Carnevale!>>. Così Ellequin cucì insieme gli scampoli di stoffa colorati. Gli amici, con della mollica di pane fecero un magnifico cappello per Arlecchino. Il suo era il vestito più bello.  Lui  fu felice: esisteva nientepopodimeno che… la bontà!>>
Etcì etcì etcì. Mangiafuoco non la smette di starnutire…


lunedì 6 febbraio 2017

OGGI é SABATO! Una storia di streghe e di paura (Tratto da: C'era una volta - Autori Vari)





Di Sonia D’Alessio


Lei lo aveva sempre saputo, il suo destino. Effigiato in quel nome che era come una condanna. E intagliato in quello di sua madre a cui era legata a filo doppio. Diana, sua madre, non le aveva mai detto niente. Parlava poco, era una donna schiva e taciturna; i suoi veri interlocutori non erano gli umani ma, proprio come la dea dei boschi e della caccia di cui portava il nome, viveva in armonia con la natura, gli animali, le piante. E conosceva i prodigi fitoterapici.
 La gente guardava con sospetto questa donna sterile che un giorno di colpo aveva visto con una bimba al seguito.
 Tutti la sera mettevano dietro alle porte una scopa di miglio capovolta e appendevano alle finestre sacchetti di sale, per difendersi dalla janara.  Si pensava, in quel paesino dell’entroterra campano, che la janara, prima di entrare in casa, si mettesse a contare tutti gli acini di sale o tutti i rametti della scopa e nel frattempo sopraggiungesse l’alba, sua nemica, e la janara fosse costretta a ritornare nella propria abitazione.[1] Lei, Deisi, questo lo sapeva.
 Da ragazza aveva udito Mastu Ciccio raccontare che, dopo la notte del sabato, trovava sempre la sua cavalla sudata e sfinita, quasi morta, come se fosse stata cavalcata a lungo; i crini della sua criniera erano raccolti in numerose treccine: solo le janare facevano questo. Sua madre era una janara.
Da piccola era accaduto un fatto di cui tutti avevano parlato in paese: era nato un bimbo deforme e la gente aveva detto che in paese doveva esserci una janara, che si deliziava a “torcere” i bambini, facendoli piangere per il dolore e causando a volte la loro deformità. Ma poi tutti avevano esclamato all’unisono: “OGGI è SABATO!” Perché se si nominavano le janare in un discorso, si scongiurava il malaugurio con la frase «Oggi è sabato».
Pensavano, in paese, che la janara entrasse in casa come il vento. Ti accorgevi della sua visita, perché una invisibile mano gelida ti carezzava il viso!
 Era stato così che si erano conosciute. Deisi era molto piccola e questa era la sua reminiscenza più lontana. Ricordava che sua madre, la sua vera madre, un giorno aveva pronunciato una frase che pareva una formula magica: “Janara janara ca ‘e notte me piglie, te piglio po’ vraccio e te tiro ‘e capille”. Poi, rivolta alla casa di fronte, dove abitavano Diana con sua sorella Tecea, aveva aggiunto: “Vieni pe’ sale!”.[2] E il giorno dopo, la loro vicina di casa, questa donna dall’espressione acida e cattiva, si era presentata con in mano un bicchiere vuoto, chiedendo che le venisse regalato un po’ di sale: quel giorno la sua mamma naturale era morta. La piccola orfanella era stata portata in un istituto dove una psicologa l’aveva fatta disegnare. Lei aveva disegnato il suo nome anagrammato, dove le “i” erano serpenti, anzi vipere: ISIDE.
E poi un giorno la signora Diana era venuta con sua sorella Tecea per adottarla.
Era cresciuta così, Deisi. Con il destino nascosto in quel nome che ricordava Iside; prima, maga egizia; poi, dea degli inferi, compagna di Osiride, signore dell’aldilà. Era cresciuta con Diana. E con Tecea, che lei non aveva mai chiamato zia. Aveva un felice terrore di questa donna ossuta e piatta, che la gente aveva soprannominato con l’anagramma del suo nome, “Ecate”.
 Deisi sapeva che non si sfuggiva al destino di janara. Con la sua laurea in antropologia, si era fatta una scorpacciata di letture. Era rimasta colpita dalla storia di Bellezza Orsini processata dal santo uffizio di Roma nel 1540 perché insegnava, a volare:
“Unguento unguento
mandame a la noce di Benivento
supra acqua et supra ad vento
et supra ad omne maltempo
”. [3]
Quando venti impetuosi tormentavano l’appennino campano, le due sorelle – Deisi ne era certa - di notte, dopo essersi cosparse il petto e le ascelle di un unguento fatto di grasso d’avvoltoio, sangue di nottola e sangue di bambini lattanti, andavano a spiccare il volo sopra il Torrente Janara: lì il fiume che scorre crea un piccolo lago, in cui spesso si formano gorghi misteriosi che risucchiano tutto ciò che si trova in acqua; poi scompaiono. Il suo nome è “r’ wurv d’ ‘r nfiern”, cioè il “gorgo dell’inferno”, perché di lì si può discendere agli Inferi, come l’Averno.
Diana e Tecea, lanciandosi nel vuoto a cavallo di una granata, cioè una scopa costruita con saggina essiccata, nel momento del balzo, pronunciavano la frase di chi aveva loro insegnato a volare, Bellezza Orsini:
«Sott’a l’acqua, sott’a ‘r vient, sott’a la noc d’ Bnvient» [4]
Una janara – Deisi, da antropologa, lo aveva letto nei documenti dell’Inquisizione - estorceva alle sue vittime i capelli e i peli pubici, che impastava con altri elementi, come la cera, sino a formare figure che simbolizzavano l’affatturato, fantoccini che poi bruciava o trafiggeva.
Queste ed altre cose sapeva Deisi.
E quando vide zia Tecea esalare l’ultimo respiro sul letto di morte, seppe che era giunto il suo momento.
PRIMO FINALE REALISTICO:
Quella notte, di nascosto, prese, dal comodino di Diana, un unguento riposto in un vasetto di crema, si cosparse i giovani seni con cura. Si recò al Ponte Janara con la sua scopa di saggina, per spiccare il suo primo volo. Ma…
finì nel …. wurv d’ ‘r nfiern…
SECONDO FINALE FANTASTICO:
Quella notte, di nascosto, prese, dal comodino di Diana, un unguento riposto in un vasetto di crema, si cosparse i giovani seni con cura. Si recò al Ponte Janara con la sua scopa di saggina, per spiccare il suo primo volo. E …volò volò volò! Poi trascorse la notte a cavalcare la cavalla di Mastu Ciccio; quasi l’ammazzò. Prima di lasciarla, fece del crine tante treccine. Si recò poi nella camera da letto di lui, passando sotto forma di vento; gli soffocò un pochino il petto premendo forte con le mani: il contadino si rigirava nel letto, in preda all’affanno e a un senso di oppressione. Accanto, c’era la culla della piccola Irene: Diana odiava i bambini! Con le due mani le torse forte i polsi, come quando si strizza il bucato; la bimba avvertì una scossa elettrica, si svegliò, pianse. Diana scivolò come vento sotto la porta.
 Era quasi l’alba: il suo primo giorno da strega era finito. Era diventata una janara!!





[1] La scopa per il suo valore fallico, oppone il potere maschile e fertile a quello femminile e sterile della janara; i grani di sale sono portatori di vita, poiché un’antica etimologia connette sal (sale) con Salus (la dea della salute)

[2] Pare che, per scoprire l’identità della Janara, ci fosse anche uno strano rituale in uso in particolar modo nelle zone dell’alto casertano, bisognava riempire un bicchiere di sale, gettarne un pizzico in terra e pronunciare la frase “Vieni pe’ sale“, in questo modo la donna si sarebbe dovuta presentare all’indomani chiedendo, appunto, un bicchiere di sale!
[3] …Stremata dalle torture, Bellezza Orsini per evitare il rogo, si uccise in carcere, colpendosi ripetutamente la gola con un chiodo.
[4] (“Sotto l’acqua e nel vento, sotto il noce di Benevento”) Formula magica che molte donne accusate di stregoneria riferirono durante i processi