Non riesco a fare nulla, sono ancora qui con te, nella calda
coperta delle emozioni e dei profumi che mi lasci. Avvolta nella CURA di cui
parla Battiato, quella Cura che ci stiamo donando a vicenda e che ci riempie e
riscalda. È un sommelier che ti riempie il calice di ROSSO, questo nostro
tempo, questa nostra Storia. È calore che ti arriva nelle viscere, nel sangue,
ti ricolora i chakra. Mi verso altro caffè non nella mia tazza ma nella tua. Sono
ancora qui con te, coi tuoi cioccolatini in mano e quella foto aperta… che tra
poco eliminerò.
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sabato 8 aprile 2017
domenica 2 aprile 2017
QUESTA SPORCA SESSUALITA’, di Sonia D'Alessio
La sessualità non è una parola
scabrosa, non è una cosa sporca, non è un peccato. E non è un film porno, non è
neppure il kamasutra, non è aprire le gambe, ansimare. Non è il piacere della carne,
non è un amplesso, non è un orgasmo. Non è banalmente tutto questo. No, non è
tanto poco, la sessualità! No, la
sessualità è tantissimo di più.
È una estensione della nostra
interiorità, un riflesso dell’emotività, una risposta alle nostre esigenze che
si sono lentamente sedimentate in noi a partire dall’infanzia; è una richiesta
della nostra mente. Essa trova tante strade, i sensi sono il volano su cui
viaggia. E allora una carezza che ci sfiora ci riporta alla mente qualcosa del
passato, un odore ci trasporta altrove, una musica, una voce nell’orecchio, un
fiato sul collo. Sono tutti starter con cui il sesso prende forma, per
collegarci al nostro io più profondo. E la mente centrifuga ricordi,
esperienze, traumi, sogni, desideri, speranze, paure. Li impasta in nuove
forme. Noi siamo tutto questo, la nostra sessualità è tutto questo. E ognuno
tira fuori dal cassetto dell’anima feticci e perversioni. Parole che incutono
terrore e diffidenza, che suggeriscono l’idea di qualcosa di deviato, di
strano, di peccaminoso e sbagliato, che non segue le norme convenzionali di
comportamento. Eppure c’è chi nel sesso ama essere apostrofato con nomignoli o
parolacce, essere preso di forza, sculacciato; c’è chi ama travestirsi, tradire
o essere tradito, farsi guardare da terze persone, farsi sentire dal condominio
mentre si urla nell’apice del piacere. C’è chi desidera la donna del suo amico,
chi vuole farlo con uno sconosciuto, chi lo fa in luoghi pubblici. Chi è
attratto dal suo capo, chi dal dottore, chi si eccita a guardare una persona in
divisa, chi pensa alla biancheria intima più strana, chi va nei siti porno, chi
nei privèè. Chi frequenta spiagge di nudisti, chi colleziona scatti osé e si fa
continuamente selfie spinti, chi ama il sesso virtuale al telefono, chi su
internet, chi vuol vedere la propria donna leccarsi con un’altra donna. Le perversioni
sono tenute segrete e a freno da molti, combattute mentalmente. Per i
coraggiosi invece a volte è un problema trovare l’anima gemella cui poterle
dichiarare, non si riesce a condividerli, i propri feticci. Talvolta capita che
a uno possa non piacere una cosa che la società ha stigmatizzato come scontata
e normale, invece ci sono uomini a cui non piace la penetrazione e donne a cui
non piace essere penetrate. E allora si finisce nel vortice della paura del
pregiudizio, dell’isolamento, di essere etichettati e giudicati diversi, da
scartare e mettere in un angolo.
Bisognerebbe riappacificarsi con la
propria sessualità, viverla con leggerezza e incanto, accompagnarla con il
gioco catartico e salvifico. Bisognerebbe accettare che la sessualità è la somma
dei nostri momenti di crescita, delle esperienze infantili, del rapporto con le
figure parentali, degli insuccessi e delle manie, delle ansie verso il futuro, delle
paure, del narcisismo e dell’angoscia. La sessualità, se vissuta con questa
consapevolezza, può essere l’ago della bilancia che mette d’accordo i mostri
che ci abitano dentro, che ci turbano. Accogliamoli questi mostri, ascoltiamone
la voce e le ragioni. Se si riesce a trovare la persona complice con cui
possiamo permetterci il lusso di gettare via la maschera, la sessualità diventa
una potentissima espressione del sé. Il mezzo di comunicazione che meglio di
tutti può essere la nostra valvola di sfogo. Condividere le proprie fantasie
con il sorriso sulle labbra, senza paure, senza ipocrisie, senza alcuna
vergogna significa vivere pienamente il proprio essere, esplorarsi fino in
fondo, conoscersi più profondamente. Nella sessualità, persino quando non si è
innamorati, c’è sempre un collegamento con l’amore. L’atto sessuale è la
fusione di due menti, l’incontro di due mondi sconfinati che travasano l’uno
nell’altro piccoli tasselli di sé. Si ha estremo bisogno di comunicare il sé agli
altri. La sessualità molti dovrebbero rivederla, spogliarla dei condizionamenti
di una cultura purtroppo poco laica. Ci hanno educato dicendoci che è peccato. E
ora è più difficile riscoprirla con gioia, imparare ad ascoltarne i bisogni, la
preghiera silenziosa. La nostra sessualità chiede di essere amata. Rinnegarla con
vergogna significa non accettare noi stessi, non cogliere la nostra essenza
vitale, significa non innaffiare il fiore che ci respira dentro.
L'AMORE IMPERFETTO, di Sonia D'Alessio #SF&P
Mi catturano le imperfezioni. Quel taglio sullo zigomo, quella ruga attorno alla bocca, la venuzza blu un po' storta. M' incanto a seguirne il percorso. Devo mettere il dito sul neo, carezzare col dorso della mano la ciocca di capelli ormai imbiancata, scavare nellla fossetta sul mento, sfiorare gli occhi che non vedono bene e hanno lentine o occhiali. Mi curvo a baciarne le ciglia. Devo tastare quel filo di pancia o l'ombelico imperfetto, devo ridere dell'eccessiva peluria o delle unghie mangiucchiate. Devo perlustrare la mappa dei nei sul dorso o osservare i denti imperfetti. Sento il bisogno di scovare le imperfezioni e amarle. E' lì che si annida la storia di un uomo, la sua unicità. E' lì che probabilmente si è amato meno. E' lì che voglio fargli sentire il mio Amore.
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sonia d'alessio,
universo,
voluttà
mercoledì 29 marzo 2017
La felicità
La felicità è fatta di attimi, "gli sparuti, incostanti sprazzi di bellezza" direbbe Gep Gambardella. Attimi a volte rubati e inventati, impastati con poco, come s'impasta il pane con un pugno di farina, Coraggio e Amore. E sì, ci vuole coraggio per essere felici. E Fantasia.
Ti esplode nella pancia, la felicità. E metti al mondo te stessa, la tua nuova energia, come la nuvola gravida di pioggia e di elettricità partorisce se stessa. E' uno scambio terra&cielo, la felicità. Quando sei felice sei pura energia, senti che hai un dono da offrire alla Terra.
Il mondo ha bisogno di Anime che hanno la gioia negli occhi e la festa nel cuore.
Namastè.
Ti esplode nella pancia, la felicità. E metti al mondo te stessa, la tua nuova energia, come la nuvola gravida di pioggia e di elettricità partorisce se stessa. E' uno scambio terra&cielo, la felicità. Quando sei felice sei pura energia, senti che hai un dono da offrire alla Terra.
Il mondo ha bisogno di Anime che hanno la gioia negli occhi e la festa nel cuore.
Namastè.
domenica 19 marzo 2017
A MIO PADRE
Forse qualcosa è rimasto. Chissà.
Atomi di te che solcano
malinconici
la mia stessa dimensione spazio-tempo.
Forse qualcosa vaga nell’aria.
Inalerò il tuo odore
respirando affannata
per una corsa.
Calpesterò atomi di te
mentre cammino a piedi nudi sulla spiaggia.
Ti guarderò all’orizzonte
di rosso tramonto vestito.
Ti berrò con l’acqua salata
mentre nuoto al largo.
Ti sorriderò
quando festoso arcobaleno
colorerai il cielo.
Sarai la lacrima che mi scorre lenta.
O il suono argentino
della mia risata.
Sarai la carezza del vento.
O il sole che brucia la pelle.
Sarai, forse, quell’ombra che mi segue gioiosa.
O gli occhi di un cane fedele.
Sarai nell’aria.
Forse qualcosa è rimasto. Chissà.
MI APPARI
M’appari,
ebbra di luce a raccogliere molecole sparse
Di
infinito, regina ed esule respinta di un mondo mai domo
Fiera
vestale d’oblio, spuma di mare, sabbia dei secoli a venire,
trama
di fitti respiri che regola il battito del mondo.
Ed
io, d’estatico stupor sorpreso, muto ad indovinare
Le
tue forme di giungla ed i silenzi tra noi leggeri, uditi
E
poi raccontati, di bocca in bocca mutati.
Indomito
cerco i segni della tua ombra vàgula, vaticinio
Di
incanto e di delizia, presagio d’eternità.
Tu
sola gemendo giaci, frenetico furor frenando, gesto antico
Retaggio
di regalità.
Tua
missione è la vita e vivendo la compi. (di P.C.)
(Una poesia ispirata a me. Grazie dell'omaggio)
(Una poesia ispirata a me. Grazie dell'omaggio)
lunedì 13 marzo 2017
L’ALBA RITORNA
Salivo il
declivio faticoso della vita:
le membra
stanche,
la fronte
sudata,
il cuore
colmo d’amarezza.
Il chiarore
dell’alba
mi
sorprese,
i miei
occhi vizzi e stanchi
riscoprirono
i colori del giorno.
E poi il
sole mi avvolse,
iniettandomi
energia.
La pioggia
idratò
la mia
pelle arida,
lavò le
ferite.
Le mie
orecchie
riscoprirono i suoni
della vita
che palpita.
Rinacqui.
Come rinasce l’alba
(Sonia D'Alessio)
(Sonia D'Alessio)
COME IL MARE
Come l’onda
che s’infrange sulla riva
sono i
ricordi che m’invadono il cuore,
con quel
dolce e triste sapore
di un
notturno sul mare…
Il canto di
mille stelle sirene
come il
richiamo voluttuoso che udimmo
e la luna
materna - nel cui grembo
ci
accoccolammo – il nostro letto.
Il rumore
dell’onda
come il
nostro sussurrare d’amore,
il sapore
della salsedine
come quello
della nostra voluttà,
il buio
della notte
come il
nostro naufragare…
Fummo gocce di mare
che annegano nell'oceano,
un puntino
negli abissi dell'universo
(Sonia D'Alessio)
Fummo gocce di mare
che annegano nell'oceano,
un puntino
negli abissi dell'universo
(Sonia D'Alessio)
Fummo
gocce di mare
che
annegano nell’oceano,
un
puntino
negli
abissi profondi dell’universo
Fummo
gocce di mare
che
annegano nell’oceano,
un
puntino
negli
abissi profondi
dell’universo.
sabato 11 marzo 2017
LADRA , di S. D'Alessio
Di fremiti
da tempo orfana
uno
spicchio di luna mi ritaglio,
frutto
succoso
che rubo al
giardino proibito.
Alle labbra
lo porto gustoso
il succo mi
spremo
a satinarmi
la pelle
opaca degli anni.
E
m'incorono regina
in questa
nuova alba di sogni.
Il sorriso
non l'avevo
--- l'ho rubato alla luna...
L'OMBRA, di S. D'Alessio
Cammino su
una via troppo dritta e assolata,
l'ombra mia
mi fa compagnia.
Piccolo
mimo che saltella e rotola
si affaccia
verso viottoli e mulattiere,
faccia di
clown triste perché non lo seguo.
Delicatamente
poi mi prende la mano,
svogliatamente
mi lascio andare
scavalco il
parapetto
ed eccolo lì...
il mare...
Son
le due parti di me, una che va sulla strada troppo dritta, l'altra che vorrebbe
prendere viottoli e mulattiere. Vince la seconda che mi porta a scoprire
l'azzurro e immenso luccichio della vita.
venerdì 10 febbraio 2017
TENEREZZA INFINITA di S. D'Alessio
Camilla ha tirato la coperta
tutta dal suo lato. Ha freddo. Si gira a guardare suo marito: sul comodino di lui, al
chiarore vacuo del lumicino notturno, biancheggia una pillola. Ecco, ha
dimenticato nuovamente di prenderla! La sera crolla guardando la tv e se ne
scorda.
Sta russando profondamente. Non le dà
fastidio. Ormai ci è abituata. Sono cinquanta anni di vita insieme. Lei aveva
solo sedici anni quando lui la prese per la prima volta. Era un ventenne forte
e risoluto, Alberto. Le era piaciuto per la simpatia. Quanto la faceva ridere! Serate
intere a ridere e gioire, correre, chiacchierare.
Di lui conosce ogni più
piccolo particolare; ogni pensiero recondito, sa leggere. E lui di lei, ogni
più piccolissimo odore nascosto, ogni neo, ogni ruga.
Alberto russa, con la bocca
spalancata e il capo reclinato all’indietro. Emette un sibilo intermittente,
mentre la pancia va su e giù. Lo guarda, Camilla. Beato lui, pensa. Lei invece
è insonne. E la vescica è piena. Si alza per andare in bagno. Prende la piccola
torcia sul comodino per farsi luce. Tanto ogni notte è così. Si mette sulle
spalle la lisesa di lana che lei stessa ha fatto con i ferri. A passetti
piccoli va in bagno. Quando torna, suo marito è desto.
- - Ti ho svegliato… mi spiace…
- - Mi hai lasciato senza coperta… - risponde lui,
ironico.
La tira a sé dolcemente,
risistemando il piumone.
È bello stare stretti stretti, avvolti a
cucchiaio. La testa di lui affonda nella chioma canuta e morbida di lei. Nel
suo odore di gattino bagnato. Tiene le mani
avvinghiate al bacino ossuto della consorte, Alberto. Gioca coi piedi di
Camilla. Gli è sempre piaciuto sentire quei piccolissimi piedi ghiacciati. Strofinarci
i propri.
Con una mano le accarezza i
capelli e le soffia sul collo.
- - Ho freddo, Albe’ – sussurra lei strofinando di rimando
i suoi piedi con quelli del marito, nodosi e duri. Ma lui è un termosifone. Il calore
del suo corpo è già arrivato a scaldarla.
Il marito gioca con la
bocca sul collo di lei. E una mano s’intrufola sotto la maglia del pigiama a cercare
i capezzoli. Trova un’altra maglia, e poi un’altra ancora.
Si ritrae, lei, appena un pochino. È l’effetto del pudore. Dopo
tanti anni non le è ancora passato. Fanno l’amore così, al buio. Senza fretta, senza
più la passione in corsa. Alberto quasi nudo, lei mezza imbacuccata nella lana.
Ci ha provato lui a chiedere di più, ma poi si è arreso. Sua moglie è così. Mette
una specie di muro, si irrigidisce. A volte ha paura di farsi male. Lui ha imparato ad essere delicato, lento,
attento.
Lo ha educato lei all’amore.
Quando fanno sesso hanno nella mente il ricordo dei loro anni
ruggenti, il furore, l’ardore, le sperimentazioni rubate. Quelle che Alberto
riusciva a strappare alla moglie pudica, dopo tante insistenze.
Piccole grandi cose
intime.
Ora è diverso. Fanno l’amore
senza urgenza. Sopita è la furia ormonale; la foga dei baci a morsi è un
lontano ricordo.
La notte è
lunghissima, nessuna sveglia li tirerà giù dal letto.
Si amano con lentezza infinita, indugiando nei gesti,
nelle lunghe carezze.
Sì, lo ha educato lei all’amore, ha vinto lei: è tenerezza
infinita….
SOGNO D'AMORE di S. D'Alessio
Mi accarezza, lo accarezzo…ma…è peloso…oh no, è Miciatillo, che mi tira con la zampetta e mi alita un
soffio pestilenziale sul viso con il suo sbadiglio.
La sveglia del telefonino
cellulare, sulle note di Mika, “Any other world”, mi avverte che son già le
sette! Ho capito, ho capito, è ora di alzarsi. Ma che, sognavo? Dove sono
quelle morbide
labbra, quel calore
dolcissimo? Mah, pazienza! Sognare un sogno così non è poi tanto male come
inizio di giornata. Magari porta pure bene. Vuoi vedere che metto il punto a
‘sta sfiga che mi perseguita dall’era paleozoica e incontro finalmente un
tipetto giusto per me? Un tipetto poeta, cantore dell’anima,
che ama la mia stessa musica, guardare le stelle, leccare il gelato, spalmare la nutella sulle fragole! Un tipetto che esulta se vede le lucciole
(esistono ancora, bisogna crederci!), ama i tramonti, scrive versi solo per
regalarli alle piante, parla al vento e alla pioggia, e, soprattutto, che
ASCOLTA? Che dici, Musino, esisterà un diamante così?
Metto un po’ di musica, mi è
venuta voglia d’iniziare la giornata con il “Sogno d’amore” di Liszt: non c’è brano
più indovinato, oggi!
Mi
guardo allo specchio… raccolgo la chioma con una pinza e mi calo nella
vasca, mi immergo nell’acqua tiepida e schiumosa. Ahhh, che piacere! Ma perché
mi lego i capelli? Non c’è cosa che adoro di più che immergere la testa… e se
faccio tardi, machisseneimporta… ma
che sarà mai ‘sto tempo? Il nostro padrone? Sciolgo i capelli, tappo il naso e
scivolo giù nell’acqua, mi adagio completamente sul fondo della vasca. Da questa
posizione si possono ascoltare i discorsi di tutti i condòmini del palazzo.
Qualcuno sta litigando… Mia sorella
UN NUOVO GIORNO - di S.D'Alessio
Declinano
piano
gli ultimi fantasmi della notte,
evaporando nell’alba lattiginosa.
Eccomi.
Sono presente a me.
Assorbo come una spugna,
sotto la foglia delle palpebre socchiuse,
gli albini raggi del sole
che filtrano dalle persiane.
Il giorno si stiracchia e sbadiglia,
inciampando
maldestro
sulle carambole degli ultimi miei sogni.
Sogni d'amore.
Un gallo canta in lontananza.
Scivolo giù dal letto,
mi accoccolo nell’enorme poltrona
in cucina,
in
attesa del mio tè.
Lo spazio si rimpicciolisce
di colpo attorno a me,
il silenzio e gli odori della cucina
mi avvolgono in una calda coperta.
Chiudo gli occhi
a immaginare
il bacio del buongiorno.
E mentre sorseggio nel mio eremo
un caldo tè
scopro che sopportare con dignità
la propria solitudine
in fondo vale la pena.
Dopotutto...
domani è un altro giorno!
UNA STORIA DI CARNEVALE
Il carrozzone si è appena
fermato. È notte e Mangiafuoco vuole riposare. Si affaccia ma non vede granché.
È un campo brullo e desolato quello in cui stazionano. Che freddo!
- - Soldino! – tuona con voce possente chiamando il suo
assistente.
- - Comandi, padrone! – fa il piccolo tutto spaventato. Ha
riconosciuto, nella voce del padrone, quel filo di asprezza che ben conosce. Si
sta per abbattere su di lui qualche sciagura. Lo sente.
- - Ho freddo.
- - Mi spiace messere illustrissimo.
- - Accendi il fuoco! Fai un bel falò, voglio scaldarmi!
- - E con cosa, signor commendatore egregio pregiatissimo.
Soldino rincara la dose dei suoi epìteti per
addolcire il carattere del padrone. E’ un bimbo piccolo, Soldino. Un bimbo che
qualcuno un giorno ha abbandonato allo spettacolo delle marionette. Lo ha
trovato lì, Mangiafuoco, su una sedia; applaudiva. Sono passati già cinque
anni. Ora potrà avere sì e no 7-8 anni. È insaccato in una giacca più grande di
lui; i pantaloni invece sono piccolissimi; gli lasciano scoperte due sottili
caviglie. Anche Soldino ha un freddo boia; si tira su le calze di lana sfilate
e bucate; si copre gli orecchi con la coppola scozzese. Alita sulle manine
gelate e poi le batte tra loro: sembra quasi che il sangue non circoli.
- - Con la legna, citrulo!
- - Ma non abbiamo più nemmeno un ciocco, eccellenza signor
cavaliere.
- - Con… con… con… Arlecchino! Ecco, sì, prendi Arlecchino.
- - Ohhhhhh! – un brusio si leva nell’aria di neve: i
burattini tremano di freddo e di paura. Riuscirà il loro
amico Soldino a tirarli fuori d’impiccio?
- - Arlecchino? Ma …. – ribatte Soldino, cercando un
appiglio, una scusa per salvare il suo amico Arlecchino, cui vuole un bene
infinito. Il suo compagno di giochi e di avventure… - Ma… Forse, padrone, lei
non conosce la storia di Arlecchino! Fa piangere. Fa veramente
piangere, sigh!
E comincia a singhiozzare.
Mangiafuoco ama le storie
strappalacrime. Si tira una coperta sulla lunghissima barba e sospira:
- - Forza, racconta. Non conosco la storia di quel demente;
so solo che pensa sempre a ridere, a fare frizzi e lazzi, piroette e inchini, a
litigare con Pulcinella, a fare il cascamorto con Rosaura. Ma se la storia non
è come dico io, brucerò Arlecchino e ci aggiungerò pure i giornali che tieni
nascosti sotto la giacca. Li ho visti, sai? Buono a nulla di un Soldino!
Dunque Soldino
inizia.
-
Era tempo di Carnevale. Il lunedì prima. Arlecchino se ne stava in un
angolino tutto infreddolito. Eh, sì, padrone mio, anche Arlecchino aveva
freddo. Guardava il braciere spento. Che freddo in quell’umida stanzetta in cui
abitava! E aveva pure fame. Era tornato da poco dall’aver fatto un giro per la
città. Aveva incrociato un gruppo di burattini mascherati da bambini, intenti a
provare una quadriglia. Sì, insomma, un ballo per accompagnare il corteo
carnascialesco dell’indomani. Alcuni indossavano già l’abito. Due si erano
mascherati da Bacco e Arianna, c’era Sileno su un asino, un gruppo di baccanti,
di satiri e di ninfe.
Arlecchino li
guardava a bocca aperta e occhi spalancati. È triste non potersi unire alla
festa, pensava il piccino. Ma
lui e la madre… erano molto poveri.
- - Etcì – starnutisce Mangiafuoco, che ha cominciato a
commuoversi.
-
Ora Arlecchino si guardava attorno, ma non possedeva nulla. Nulla da
mangiare. Nulla per riscaldarsi. Nulla per vestirsi. La chiave nella toppa lo
fece trasalire. Era Ellequin, sua madre, una bambola poverissima, tutta vestita
di nero. Di mestiere faceva la bambola della Quaresima; per tutti era Quarantana.
Lavorava solo 40 giorni all’anno; i quaranta giorni che vanno da dopo Carnevale
alla Pasqua. Nel resto dell’anno si arrangiava come sartina e tessitrice. Ma
era davvero assai poco il lavoro. Nel mercoledì delle Ceneri, veniva messa
appesa nei vicoli con un filo da un balcone a un altro. Reggeva in mano un fuso
e una conocchia e aveva sotto la gonna un’arancia o una patata, con 7 piume
conficcate dentro: i cittadini ne avrebbero tolta una alla settimana, ogni
domenica, per contare il tempo che li divideva dalla Pasqua. Sei piume nere e
l’ultima, quella della domenica di Pasqua, bianca. Ellequin era la Quaresima:
la miseria nera nera! Quella sera era stata negli Inferi, a guidare la rivolta
delle bambole. Ma anche la sua attività sindacale nel regno dei morti non le
dava soddisfazioni.
La bambola si
abbracciò il suo figliolo per tenergli caldo. Gli dette un pezzetto di pane
duro che la serva di Pantalone le aveva
donato. E
lei se ne stette digiuna.
- - Etcì! – starnutisce ancora il burattinaio – continua,
Soldino. Come finisce questa terribile storia?
-
Di colpo bussarono alla porta. Erano gli amici di scuola di Arlecchino:
ognuno con un pezzetto di stoffa: <<Arlecchino, vieni con noi, è
Carnevale!>>. Così Ellequin cucì insieme gli scampoli di stoffa colorati.
Gli amici, con della mollica di pane fecero un magnifico cappello per
Arlecchino. Il suo era il vestito più bello. Lui fu
felice: esisteva nientepopodimeno che… la bontà!>>
lunedì 6 febbraio 2017
OGGI é SABATO! Una storia di streghe e di paura (Tratto da: C'era una volta - Autori Vari)
Di Sonia D’Alessio
Lei lo aveva
sempre saputo, il suo destino. Effigiato in quel nome che era come una
condanna. E intagliato in quello di sua madre a cui era legata a filo doppio.
Diana, sua madre, non le aveva mai detto niente. Parlava poco, era una donna
schiva e taciturna; i suoi veri interlocutori non erano gli umani ma, proprio
come la dea dei boschi e della caccia di cui portava il nome, viveva in armonia
con la natura, gli animali, le piante. E conosceva i prodigi fitoterapici.
La gente guardava con sospetto questa donna
sterile che un giorno di colpo aveva visto con una bimba al seguito.
Tutti la sera mettevano dietro alle porte una
scopa di miglio capovolta e appendevano alle finestre sacchetti di sale, per
difendersi dalla janara. Si pensava, in
quel paesino dell’entroterra campano, che la janara, prima di entrare in casa, si
mettesse a contare tutti gli acini di sale o tutti i rametti della scopa e nel
frattempo sopraggiungesse l’alba, sua nemica, e la janara fosse costretta a
ritornare nella propria abitazione.[1]
Lei, Deisi, questo lo sapeva.
Da ragazza aveva udito Mastu Ciccio raccontare
che, dopo la notte del sabato, trovava sempre la sua cavalla sudata e sfinita, quasi
morta, come se fosse stata cavalcata a lungo; i crini della sua criniera erano
raccolti in numerose treccine: solo le janare facevano questo. Sua madre era
una janara.
Da piccola era
accaduto un fatto di cui tutti avevano parlato in paese: era nato un bimbo
deforme e la gente aveva detto che in paese doveva esserci una janara, che si
deliziava a “torcere” i bambini, facendoli piangere per il dolore e causando a
volte la loro deformità. Ma poi tutti avevano esclamato all’unisono: “OGGI è
SABATO!” Perché se si nominavano le janare in un discorso, si scongiurava il
malaugurio con la frase «Oggi è sabato».
Pensavano, in
paese, che la janara entrasse in casa come il vento. Ti accorgevi della sua
visita, perché una invisibile mano gelida ti carezzava il viso!
Era stato così che si erano conosciute. Deisi era
molto piccola e questa era la sua reminiscenza più lontana. Ricordava che sua
madre, la sua vera madre, un giorno aveva pronunciato una frase che pareva una
formula magica: “Janara janara ca ‘e notte me piglie, te piglio po’ vraccio
e te tiro ‘e capille”. Poi, rivolta alla casa di fronte, dove abitavano
Diana con sua sorella Tecea, aveva aggiunto: “Vieni pe’ sale!”.[2] E
il giorno dopo, la loro vicina di casa, questa donna dall’espressione acida e
cattiva, si era presentata con in mano un bicchiere vuoto, chiedendo che le
venisse regalato un po’ di sale: quel giorno la sua mamma naturale era morta.
La piccola orfanella era stata portata in un istituto dove una psicologa
l’aveva fatta disegnare. Lei aveva disegnato il suo nome anagrammato, dove le
“i” erano serpenti, anzi vipere: ISIDE.
E poi un giorno
la signora Diana era venuta con sua sorella Tecea per adottarla.
Era cresciuta
così, Deisi. Con il destino nascosto in quel nome che ricordava Iside; prima, maga
egizia; poi, dea degli inferi, compagna di Osiride, signore dell’aldilà. Era
cresciuta con Diana. E con Tecea, che lei non aveva mai chiamato zia. Aveva un
felice terrore di questa donna ossuta e piatta, che la gente aveva
soprannominato con l’anagramma del suo nome, “Ecate”.
Deisi sapeva che non si sfuggiva al destino di
janara. Con la sua laurea in antropologia, si era fatta una scorpacciata di
letture. Era rimasta colpita dalla storia di Bellezza Orsini processata dal
santo uffizio di Roma nel 1540 perché insegnava, a volare:
“Unguento unguento
mandame a la noce di Benivento
supra acqua et supra ad vento
et supra ad omne maltempo”. [3]
mandame a la noce di Benivento
supra acqua et supra ad vento
et supra ad omne maltempo”. [3]
Quando venti
impetuosi tormentavano l’appennino campano, le due sorelle – Deisi ne era certa
- di notte, dopo essersi cosparse il petto e le ascelle di un unguento fatto di
grasso d’avvoltoio, sangue di nottola e sangue di bambini lattanti, andavano a
spiccare il volo sopra il Torrente Janara: lì il fiume che scorre crea un
piccolo lago, in cui spesso si formano gorghi misteriosi che risucchiano tutto
ciò che si trova in acqua; poi scompaiono. Il suo nome è “r’ wurv d’ ‘r
nfiern”, cioè il “gorgo dell’inferno”, perché di lì si può discendere agli
Inferi, come l’Averno.
Diana e Tecea, lanciandosi
nel vuoto a cavallo di una granata, cioè una scopa costruita con saggina
essiccata, nel momento del balzo, pronunciavano la frase di chi aveva loro
insegnato a volare, Bellezza Orsini:
«Sott’a l’acqua,
sott’a ‘r vient, sott’a la noc d’ Bnvient» [4]
Una janara – Deisi,
da antropologa, lo aveva letto nei documenti dell’Inquisizione - estorceva alle
sue vittime i capelli e i peli pubici, che impastava con altri elementi, come
la cera, sino a formare figure che simbolizzavano l’affatturato, fantoccini che
poi bruciava o trafiggeva.
Queste ed altre
cose sapeva Deisi.
E quando vide
zia Tecea esalare l’ultimo respiro sul letto di morte, seppe che era giunto il
suo momento.
PRIMO FINALE
REALISTICO:
Quella notte, di
nascosto, prese, dal comodino di Diana, un unguento riposto in un vasetto di
crema, si cosparse i giovani seni con cura. Si recò al Ponte Janara con la sua
scopa di saggina, per spiccare il suo primo volo. Ma…
finì nel …. wurv
d’ ‘r nfiern…
SECONDO FINALE
FANTASTICO:
Quella notte, di
nascosto, prese, dal comodino di Diana, un unguento riposto in un vasetto di
crema, si cosparse i giovani seni con cura. Si recò al Ponte Janara con la sua
scopa di saggina, per spiccare il suo primo volo. E …volò volò volò! Poi trascorse
la notte a cavalcare la cavalla di Mastu Ciccio; quasi l’ammazzò. Prima di
lasciarla, fece del crine tante treccine. Si recò poi nella camera da letto di
lui, passando sotto forma di vento; gli soffocò un pochino il petto premendo
forte con le mani: il contadino si rigirava nel letto, in preda all’affanno e a
un senso di oppressione. Accanto, c’era la culla della piccola Irene: Diana
odiava i bambini! Con le due mani le torse forte i polsi, come quando si
strizza il bucato; la bimba avvertì una scossa elettrica, si svegliò, pianse.
Diana scivolò come vento sotto la porta.
Era quasi l’alba: il suo primo giorno da
strega era finito. Era diventata una janara!!
[1]
La scopa per il suo
valore fallico, oppone il potere maschile e fertile a quello femminile e
sterile della janara; i grani di sale sono portatori di vita, poiché un’antica
etimologia connette sal (sale) con Salus (la dea della salute)
[2] Pare che, per scoprire
l’identità della Janara, ci fosse anche uno strano
rituale in uso in particolar modo nelle zone dell’alto casertano, bisognava
riempire un bicchiere di sale, gettarne un pizzico in terra e pronunciare la
frase “Vieni pe’ sale“, in questo modo la donna si sarebbe dovuta
presentare all’indomani chiedendo, appunto, un bicchiere di sale!
[3] …Stremata dalle torture,
Bellezza Orsini per evitare il rogo, si uccise in carcere, colpendosi
ripetutamente la gola con un chiodo.
[4] (“Sotto l’acqua e nel vento,
sotto il noce di Benevento”) Formula magica che molte donne accusate di
stregoneria riferirono durante i processi
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