Di vino, di poesia o di virtù: come vi pare.
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mercoledì 9 ottobre 2019
Brindo a me
La prima volta non fu quando ci spogliammo
ma qualche giorno prima,
mentre parlavi sotto un albero.
Sentivo zone lontane del mio corpo
che tornavano a casa.Franco Arminio
ma qualche giorno prima,
mentre parlavi sotto un albero.
Sentivo zone lontane del mio corpo
che tornavano a casa.Franco Arminio
sabato 28 settembre 2019
domenica 22 settembre 2019
Buona Domenica con Amore
Come reagisci tu agli eventi è un fatto tuo, come reagisco io è un modo mio, mi dico: non scendo mai a livello dell'altro quando costui alza muri. Le mie emozioni sono sempre positive, le curo, le proteggo. Le porto via con me. Quando una storia si interrompe ripulisco il campo. Mai rancori. Solo i ricordi belli. Non è tanto importante ciò che abbiamo vissuto ma il ricordo che sapremo portare con noi come arricchimento; solo allora non avremo vissuto invano.

lunedì 2 settembre 2019
La dolce vita
sabato 31 agosto 2019
lontani dal comprenderci. la notte è terribile, si sa
"È questo il difetto delle parole. Stabiliamo che non c'è altro mezzo d'intenderci e di spiegarci, e finiamo con lo scoprire che restiamo a metà della spiegazione e così lontani dal comprenderci che sarebbe stato molto meglio lasciare agli occhi e al gesto il loro peso di silenzio.La notte è terribile, si sa." ( Josè Saramago,Di questo mondo e degli altri)
giovedì 29 agosto 2019
Il sole fuori e dentro me
La cattiveria è degli sciocchi. E' di quelli che non hanno capito che non vivremo in eterno. (Alda Merini)
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LA PACE NEL CUORE
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martedì 25 giugno 2019
TORNA
Ritorna ancora e prendimi,
amata sensazione, ritorna e prendimi,
quando si ridesta viva la memoria
del corpo, e l’antico desiderio di nuovo si versa nel sangue,
quando le labbra e la pelle ricordano, e la carne,
e le mani come se ancora toccassero.
Ritorna ancora e prendimi, la notte,
quando le labbra ricordano, e la carne…
amata sensazione, ritorna e prendimi,
quando si ridesta viva la memoria
del corpo, e l’antico desiderio di nuovo si versa nel sangue,
quando le labbra e la pelle ricordano, e la carne,
e le mani come se ancora toccassero.
Ritorna ancora e prendimi, la notte,
quando le labbra ricordano, e la carne…
(KONSTANTINOS KAVAFIS)
martedì 19 marzo 2019
lunedì 25 febbraio 2019
lunedì 21 gennaio 2019
domenica 13 gennaio 2019
AMORE DI MAMMA #maternità #figli #ilsensodellavita #nutrimento #pace #serenità #gioia #Amore
Lo sento
pulsare come un’onda
che
lambisce la spiaggia.
Si stende
come un bimbo
che si
stiracchia al risveglio.
Si allarga
come lo sguardo
che scruta
l’orizzonte:
è il mio
cuore
quando
penso a voi,
colori
della mia vita,
grilli
della mia estate,
pesci del
mio mare.
E’ il mio
cuore che vi abbraccia.
Piccoli
grandi doni
del cielo.
di questa
sorprendente
vita.
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IL MIO MONDO #amoredimamma #maternità #figli #ilsensodellavita #nutrimento #pace #serenità #gioia #Amore #rinascita #sogni
In questo
corpo una duplice vita, ma una!
In questo
gonfio ventre
due
battiti, no, uno.
E il mondo
poi, ha salutato lei,
la bellissima
e dolce Isabella.
Il canto
dell’usignolo che
ti allieta
la vita;
la fresca
fontanella dove
abbeverare
il cuore quando è stanco.
Poi sei
venuta tu,
birichina
Felisia,
ammasso di
carni tenere e rosee,
occhi
scuri, naso a patatina,
manina
grassottella.
Il mio
mondo bellissimo è qui,
giostra di
colori, suoni, odori.
E’ nella
carezza di quella
manina
soffice, di quegli occhietti,
di quella
vocetta roca e argentina
che mi
dice: “… nel letto ‘ammina” .*
o nel
tenero bacio
un po’
umido
che mi
desta la notte
e nel buio
scorgo
gli
occhietti vispi
della mia
bimba
che si fa
posto tra le mie lenzuola.
Il mio
mondo bellissimo
è in questa
casa
che scoppia
di risa, di grida, di pianti, di giochi.
Di vita.
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Cuore mio!
Piangevi,
cantando su
questi nudi fogli
la tua
rabbia, la tua malinconia!
Vecchio,
vizzo cuore,
dove sei?
Eri
disidratato
come una
foglia senza linfa,
tu
senza l’amore
che
ti aveva schiaffeggiato
quand’eri
solo una bimba.
Ora sei
turgido
dell’amore
di mamma
che ti ha
gonfiato
fino a
straripare
dilatando
la tua pelle,
oggi
luminosa come un manto di stelle.
E’ nello splendore di quest’amore
che sei
rinato giovane, pulsante.
Tu, un
tempo vecchio,
vizzo cuore
rugoso,
hai bevuto
l’elisir
dell’eterna
felicità:
l’esser mamma!
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lunedì 7 gennaio 2019
sabato 29 dicembre 2018
sabato 22 dicembre 2018
lunedì 13 agosto 2018
Dal libro di Valeria Parrella, "TEMPO D'IMPARARE" - LETTURA AI MIEI ALUNNI, per il Salotto Letterario della Scuola Amendola
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mercoledì 4 luglio 2018
LA STORIA DI SARNO IN 10 VOLUMI - La terza monografia di Locatelli ci narra quaranta storie di sognatori sarnesi
“GLI UOMINI E LE IMPRESE DEL ‘900. Gli
industriali, i costruttori, gli imprenditori e le banche”: è questo il
titolo della terza tra le dieci monografie con cui Goffredo Locatelli promette
di raccontare Sarno. L’opera è appena uscita, la potete trovare alle edicole, e
appare assolutamente uno di quei volumi da ficcare in valigia tra solari e
bikini e portare sotto l’ombrellone: attenzione, però, potreste scordarvi di
dove siete e cosa state facendo, e ritrovarvi così, nel mentre leggete, arrostiti
come peperoni, dato che il libro vi
cattura e si fa divorare.
Locatelli si conferma un grande affabulatore,
ma la sua particolarità – che fa di lui una delle migliori penne in
circolazione – è che riesce a far sembrare romanzo quel che invece è storia; fatica,
sudore e frutto di una ricerca certosina di notizie, descrizioni, persone,
eventi. L’Autore, che ha alle spalle una vita da giornalista di successo, ha
conservato la sua passione per le interviste e l’indagine, anche umana, che è
la sua caratteristica più bella, a mio avviso; ama sedersi a conversare, ma
soprattutto ad ascoltare chi di cose interessanti da narrare ne ha veramente. E
queste cose trasmuta in racconti avvincenti. Per questo libro è arrivato persino
a fare ricerche in America e rintracciare i discendenti dei grandi uomini
sarnesi. Il tutto, corredato anche stavolta da un archivio fotografico enorme.
I nostri imprenditori di successo meritano
attenzione, le loro storie restituiscono il quadro di una Sarno laboriosa, di
famiglie che si sono rimboccate le maniche e hanno saputo creare lavoro nel
nostro territorio. Partendo dal nulla. Ecco, è questo il comune denominatore,
le quaranta storie hanno questo in comune.
Chi sono gli imprenditori sarnesi? - si chiede
Locatelli. Sono dei sognatori, “perché l’entusiasmo, in quanto emozione, può
nascere solo dai sogni. Sogni ambiziosi, mete difficili…” E allora
l’affascinante Lina Renzullo ci racconta con umiltà come, da semplice
estetista, ha saputo sognare, volare alto, immaginare, creare, faticare,
combattere. Una delle storie che maggiormente mi ha colpita, quella del Centro
Lars. Ne cito altre due. Quella di Gustarosso, cioè del sognatore Eduardo Ruggiero,
che ha fatto del semplice pomodoro San Marzano un marchio mondiale. E la
strada, quando ci si mette la creatività di Paolo Ruggiero, il figlio, è una
sfavillante ascesa: con Paolo è nata Pomodoria, l’Accademy per far conoscere
con corsi di cucina il mondo del pomodoro. Terza storia che mi colpisce è
quella di Aldo Rainone: con lui, la RCM Costruzioni è diventata la holding di
uno dei gruppi emergenti nel panorama nazionale delle imprese di costruzioni.
Gente capace di portare il nome del nostro
paese in alto, e varcare i semplici confini territoriali. Un libro, dunque, che
incita i nostri giovani a sognare, a provare a inventare e costruire, a
cambiare: tutto è possibile se c’è questo carburante.
Un
libro da utilizzare negli istituti superiori quando si parla di Orientamento e
di alternanza Scuola-Lavoro.
sabato 30 settembre 2017
Faccio ordine, rassetto #SF&P
Faccio ordine, rassetto la
casa del mio cuore. Qui in libreria, il silenzio. Lì sul divano, la calma tra i
cuscini. E sul tavolo stendo il velluto del mio perdono.
Sistemo i fiori della mia
allegria nel vaso sul trespolo. Ripongo nel mobile le foto della malinconia.
Metto in lavastoviglie la gelosia. Questa maglia appena unta di rabbia,
in lavatrice. Le parole di troppo spruzzo con lo smacchiatore, perché si sa
quelle son macchie difficili da eliminare. Il cassetto della vendetta e del
rancore è vuoto da sempre, e allora vi metto chili di gratitudine. Sistemo, con
le pile dei panni da stirare, i miei propositi per il futuro. Ecco un calzino
spaiato di amori a senso unico. Non è assolutamente da gettare; lo stendo al sole
insieme agli abbracci negati.
Nel cestone dei panni sporchi o usati ficco le critiche e le offese. Nel
panierino della tombola due desideri mai avverati. Le bambole della mia
infanzia felice colloco sulla credenza in salotto. Il pane appena
sfornato, sulla madia in cucina. In frigo ripongo le delusioni cocenti;
nell’armadio, i ricordi per l’inverno della mia vecchiaia perché mi tengano
caldo. Butto nel water la mia finta saggezza e tiro lo scarico. Vanno
nell’immondizia indifferenziata le cattiverie ricevute; nel cesto azzurro del
riciclabile, gli amori di plastica; nell’umido, gli amori veri che nutrono la
terra. Tra le pagine del mio diario infilo una ruga, una lacrima ed un capello
bianco. Nel bymbi vanno le cose amare da rimescolare, fuori alla porta il mio
nome da ricordare.
Sotto il cuscino
l’autoironia, per filtrare a fine giornata il mio vissuto. Nel forno metto a
scaldare la mia armatura da guerriero di burro. Un po’ di essenza di speranza
nei pourpourì. E al pianoforte, la mia anima nostalgica: suonami qualcosa!
Dopo la casa, è il momento
di curare la padrona. Polvere azzurra di cielo e sogni sulle palpebre, e sulle
labbra stendo la voglia di baci. Crema sulle mani che accarezzano la vita,
talco rinfrescante sui piedi che cammineranno tanto. Profumo di seduzione
spruzzo sul collo, anelli di vanità metto alle dita. E un fiore infilo tra i
capelli a ricordarmi la mia femminilità.
Tra i cioccolatini nel
portabonbon… la mia fantasia.
venerdì 15 settembre 2017
SCARABOCCHIO, parte II - Il microfono a Sonia Fiammetta #SFP
"FEDELE COMPLICITA'. Addio con brio."
Ma ora eri lì, ero lì. La
stanza sapeva di noi.
Con la mano ancora salda alla maniglia, poggiavo la fronte sulla porta, le orecchie tese ad ascoltare il
rumore dell’ascensore che ti portava via, gli occhi chiusi a ricordare
il nostro lungo bacio di addio. Mi abbandonavo alla felicità, lasciandomela
scorrere addosso come un dolce veleno. Sentivo nella mia bocca il sapore di te,
di quell’ultimo bacio sull’uscio della nostra storia sottile.
Non ti ho chiesto mai quando… né se…saresti
ritornato. Il tempo era per me un dettaglio stupido, inutile. Era importante
mettere le essenze di fiori d’arancio nei pourpourì in salotto, quelle alla
vaniglia in camera da letto, preparare tutte le musiche, i dettagli. Ma il
tempo no. Non m‘importava. Ci dicevamo addio ogni volta. E ogni volta… ero
felice.
Lentamente riaprivo gli
occhi: tutto attorno a me era il palcoscenico di te.
Da smontare.
Con cura.
Con lo stesso amore
dell’inizio.
Io, il falegname e lo
scenografo.
Spegnevo lo stereo. Ciao,
Chet Baker.
Avvolta nella magia di un silenzio ancora carico di noi, lentamente, svuotavo il vassoio della tua colazione. Tenevo tra le mani con estrema calma e lentezza la tua tazzina, guardavo il fondo del caffè che avevi lasciato: ci vedevo i tuoi lucidi occhi verdi assonnati. Bevevo l’ultimo sorso d’acqua dal tuo calice, come una ladra d’amore. Lavavo e posavo le tazzine del caffè e la caffettiera ancora bollente. Lavavo e asciugavo lentamente cucchiaini, piattini, bicchieri. La crepiera nella quale avevo saltato crepes improvvisate alle cinque e quaranta del mattino. E poi le tazze da tè: mi versavo nella tua ancora un po’ della mia tisana. Mela curcuma zenzero e cannella. Con il dito giravo lentamente intorno al filo d’oro della decorazione. Tu eri lì, in quei piccoli oggetti che mi erano serviti per allestire il palcoscenico di te. Eri nelle crepes che ti avevo improvvisato, o nello zucchero caduto dai cornetti, nell’odore delle mie tisane. Sì, ne avrei preso ancora un sorso.
Avvolta nella magia di un silenzio ancora carico di noi, lentamente, svuotavo il vassoio della tua colazione. Tenevo tra le mani con estrema calma e lentezza la tua tazzina, guardavo il fondo del caffè che avevi lasciato: ci vedevo i tuoi lucidi occhi verdi assonnati. Bevevo l’ultimo sorso d’acqua dal tuo calice, come una ladra d’amore. Lavavo e posavo le tazzine del caffè e la caffettiera ancora bollente. Lavavo e asciugavo lentamente cucchiaini, piattini, bicchieri. La crepiera nella quale avevo saltato crepes improvvisate alle cinque e quaranta del mattino. E poi le tazze da tè: mi versavo nella tua ancora un po’ della mia tisana. Mela curcuma zenzero e cannella. Con il dito giravo lentamente intorno al filo d’oro della decorazione. Tu eri lì, in quei piccoli oggetti che mi erano serviti per allestire il palcoscenico di te. Eri nelle crepes che ti avevo improvvisato, o nello zucchero caduto dai cornetti, nell’odore delle mie tisane. Sì, ne avrei preso ancora un sorso.
Ora i servizi di
porcellana erano al loro posto. Al loro posto i vassoi, le brocche, i miei
sentimenti, la teiera, i piattini del dolce. Pulivo la tavola. I fornelli. Riponevo
in credenza i biscotti, i cubetti di zenzero, le parole non dette, le emozioni
di troppo, le mandorle.
E c’era ancora più
amore nel riporre ogni cosa, nel riordinare ogni pezzo.
Ogni pezzo era una
carezza. E ora erano tutte in fila. stipate nei mobiletti del cuore.
In camera, il letto era
sfatto. Un frizzante venticello del mattino agitava lievemente le tende arancio,
smuovendo nell’aria il mio profumo: non andavo a letto senza averne spruzzato due
gocce dietro al collo e sul seno. Io ... forse ero
ancora lì. Lì c’era l’Anima che avevi amato.
Nello specchio dell’armadio
guardavo i miei capelli sciolti e spettinati, il trucco un po’ squagliato,
tanto da fare pendant col mio cuore di burro. Il babydoll di turno. Le gambe
nude.
Ero la donna che avevi
amato. Non la bambina che aspettavi. Ma una Donna. Troppi difetti, troppo
imprevista. Non la ragazza con il velo da sposa. No. Solo un’anima nuda. E sola. Qualche lacrima, una ruga ed un capello bianco.
Dal cassetto, prendevo
il mio quadernodellepiccolegioie. Annotavo
con cura i pensieri, ciò che ci eravamo detti, i segreti che mi avevi confidato,
le emozioni che mi si erano incollate sulla pelle.
Rifacevo il letto,
portavo via la bottiglietta d’acqua dal tuo comodino, riponevo le tue
ciabattine bianche. E… i nostri giochi segreti. Sìììì!! Un sorriso malizioso mi
rallegrava il cuore e l’anima. Sentivo un giullare saltellarmi dentro. E giocolieri
erano i ricordi che mi assalivano. I ricordi dei nostri giochi inventati come
bolle di sapone.
Ogni volta mi lasciavi
così. Innamorata fino al midollo. Felice nelle capriole dell’anima. Profumata di
te. Sapevo che sarei rimasta in questo stato, inebetita, per qualche giorno. Prima
di tornare alla mia vita. Alla mia vita densa e orientata, nella quale ti eri
intrufolato zitto zitto, scivolando forse sotto la porta chiusa a chiave. Come un
profumo.
“Gli incontri arrivano
quando arriviamo a un limite, quando abbiamo bisogno di morire e rinascere
emotivamente”.
E tu dopo il nostro
incontro, eri nato. Ti avevo visto felice e nuovo, che mi cercavi, che ti facevi
chilometri di stanchezza per venire.
Ma ora volevi morire ancora. Mi chiedevi il
veleno. E io ti spalancavo la porta, ti davo la rivoltella, il pugnale, la
cicuta. Vai. Vola, Anima. Addio con brio.
Ma ora eri lì, ero lì. La
stanza sapeva di noi.
Mi accoccolavo adagio
sotto le lenzuola.
E riprendevo... ad amarti.
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sabato 2 settembre 2017
SCARABOCCHIO - Il microfono all'uomo #SFP
Nella lista mentale dei miei
progetti di uomo cadesti come una goccia d’inchiostro, a incunearti tra gli
elenchi delle priorità. Imprevista. Eterea e allo stesso tempo ingombrante. Lontana
ma vicina. Inafferrabile ma presente. Piccola ma grande. Un simpatico
scarabocchio.
La vita è ciò che ti accade
mentre sei occupato a progettare altro, riflettei senza rassegnazione alcuna.
Arrivasti nella casa della mia
anima quando le tende erano chiuse, le finestre serrate, i portoni sbarrati. Da
dove fossi entrata Dio solo lo sa.
Tutto era immobile, nella casa
della mia anima. Fermo a un conto in sospeso. “Chi sa guardare la tua anima
merita un posto nel tuo cuore”: questa la consegna su cui dovevo riflettere.
Imparare senza opporre più resistenze. Mai più.
Mi tirasti via con dolcezza,
prendendomi la mano. Costruisti per me un palcoscenico immenso, spettatrice
sognante e innamorata, regista precisa e creativa.
Al mio arrivo, stendevi manti di
profumi, sceglievi accuratamente le musiche, accendevi le candele sulla tavola
imbandita del tuo corpo gustoso, dei tuoi cibi che caldi estraevi dal forno. Per
me.
Ogni cosa era al suo posto, nella
casa della tua anima: collocavi accanto al metronomo i miei tempi lenti, lì la poesia, sul divano la capacità di ascolto, in quell’angolo
l’amicizia, laggiù in fondo alla stanza una montagna di silenzio, nello stanzino proibito la fantasia, sul trespolo in ferro le mie tovaglie da bagno arrotolate con cura, accanto all'armadio le mie ciabattine bianche, sul comodino la bottiglia d'acqua per la notte, nei tuoi
palmi aperti la libertà, nel bicchiere la seduzione. E seducente eri, con le
tue trovate insolite, ogni volta una e più.
Imboccavi la mia anima anoressica
come una rondine con i suoi rondinotti. Eri un nido. Rammendavi i miei abiti
sdruciti – di chi ha sofferto – con fili colorati e resistenti. Con le tue
piccole mani d’amore lisciavi la mia pelle, assetata di affetto e perdono, come
un mare in tempesta su cui riportavi la calma. Massaggiavi con creme il cammino
polveroso dei miei piedi stanchi.
E se mi chiudevo nei silenzi, ti mettevi seduta lì sul baratro, le gambe penzoloni, ad aspettarmi in eterno, conscia che già solo provare a infrangerli significava caderci dentro, in quel burrone buio. Eri diventata ormai esperta.
E se mi chiudevo nei silenzi, ti mettevi seduta lì sul baratro, le gambe penzoloni, ad aspettarmi in eterno, conscia che già solo provare a infrangerli significava caderci dentro, in quel burrone buio. Eri diventata ormai esperta.
La tua camera era la stanza dei giochi. Io e
te due bambini complici e instancabili. Sapevi giocare persino con i mostri che mi abitano dentro. Ci mangiavamo come serpenti. L’uno di
fronte all’altra svuotavamo l’anima dai segreti: monete preziose che spargevamo
sul letto da un cuore borsellino. Tu raccattavi i pezzi che io lasciavo cadere
come mai avevo fatto con nessuno. Pezzetti di carta che la tua mano di
scrittrice ricuciva. Briciole di Pollicino alla luna, per ritrovare la strada
che conduceva alla mia anima.
Le tue parole TI AMO tagliavano la crosta del
mio cuore: respirava!
Ero intero con te. Ma vulnerabile. Facevo
resistenza alla mia consegna, come un ragazzo che non capisce un'equazione. Tu non eri prevista. Eri venuta nella mia vita per insegnarmi ciò che non volevo imparare! Eri una goccia d’inchiostro a imbrattare il promemoria
che con cura avevo stilato. A coprire le mie certezze. Da dove fossi entrata
Dio solo lo sa.
I nostri corpi carichi di
benessere si lasciavano andare a un sonno ristoratore, cullati dalle note del jazz. Ma non sono convinto che
tu dormissi. Sentivo su di me la tua attenzione costante, eri LA CURA di
Battiato. Una luce che non si spegneva mai.
Al mattino ti offrivi al mio
sguardo di uomo in tutta la tua naturale bellezza: spettinata, ancora nuda, il
trucco sciolto come una Pierrottina, i grandi occhi verdi carichi di passato ma anche di sogni. Le tue lingerie inventate sparse per la
stanza. Il tuo profumo indelebile sul mio corpo. Quanto donna eri!
-
Sono bella?
-
Sì, sei molto bella.
Allora il tuo naso sbarazzino
volava in alto con un sorriso felice. Eri felice. Felice di me. Un cestino di
frutti bellissimi: gioia, creatività, dolcezza, premura.
Il profumo del forno solleticava
le mie narici: avevi cotto i cornetti, fatto il caffè e le tue memorabili tisane,
allineato nei vassoi della colazione i tuoi sentimenti in mezzo ai biscotti e allo zenzero.
Il bacio sulla porta coi tuoi
seni premuti sul mio cuore, il tuo sorriso pieno, il tuo profumo di donna. Lasciavo
la casa dell’amore, il nido, l’accoglienza. Tornavo come sempre alla mia libertà. Il tuo
regalo.
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venerdì 11 agosto 2017
STORIE DI BULLI, un libro di Sonia D'Alessio
Violenza e paura. Angoscia di non
essere nessuno, terrore di non riuscire a essere quel che si vorrebbe, ansia di
non essere degni del gruppo, approvati e accettati; incapacità di reagire,
rimanendo spettatori passivi. Perché il bullismo ha tanti tasselli. C’è la
vittima principale, che è sempre un ragazzo perbene. E poi ci sono quelli che
si sono “smarriti”; come il carnefice, o la ragazza che si fa trascinare perché
senza orientamento, e finisce anche lei preda dei bulli; o i genitori che a
volte non sono di aiuto. O gli spettatori, omertosi, incapaci di denunciare. Persi.
Una storia di bullismo che si snoda
tra quinta elementare e seconda media, raccontata da due punti di vista, che si
alternano capitolo dopo capitolo; sono due facce della stessa medaglia. Lui è
Luigi, la vittima; chiuso, educato, pianista, poeta. Lei è Asja, una dei
carnefici, ragazza senza orientamento e dalla personalità acerba; ci racconta
come si è ritrovata nel gruppo dei bulli chiamati I DIAVOLI NERI. E come ne è
uscita e si è riscattata.
Una storia di bulli sbullizzati e
nastri riavvolti. Parecchi gli spunti di
riflessione.
TRAMA
Gino è un ragazzino sensibile che ama
la lettura, suonare e scrivere poesie. Vittima di bullismo a scuola, diventa chiuso e
silenzioso. I bulli costituiranno poi la BANDA DEI DIAVOLI NERI compiendo atti
di vandalismo, teppismo, violenza contro persone, ambiente, cose. All’interno
della scuola, allagate aule, distrutte verifiche didattiche. I Diavoli vengono
colti in flagranza di reato e portati davanti al Procuratore Minorile. Protetti
dai genitori, se la cavano.
Il capo della banda accusa Luigi di
aver fatto la spia con i professori e convince gli altri a vendicarsi di lui.
Il ragazzino viene trascinato in una stalla, insieme a Martino, l’unico dei
compagni di classe che si è ravveduto e ha abbattuto il muro dell’omertà,
l’unico che gli è amico. Vengono picchiati, spalmati di letame e abbandonati.
Ad aiutarli sarà Asja, che finalmente
trova il coraggio di ragionare con la propria testa, la forza di un gesto
eroico.
#bullismo
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sabato 8 aprile 2017
ROSSO
Non riesco a fare nulla, sono ancora qui con te, nella calda
coperta delle emozioni e dei profumi che mi lasci. Avvolta nella CURA di cui
parla Battiato, quella Cura che ci stiamo donando a vicenda e che ci riempie e
riscalda. È un sommelier che ti riempie il calice di ROSSO, questo nostro
tempo, questa nostra Storia. È calore che ti arriva nelle viscere, nel sangue,
ti ricolora i chakra. Mi verso altro caffè non nella mia tazza ma nella tua. Sono
ancora qui con te, coi tuoi cioccolatini in mano e quella foto aperta… che tra
poco eliminerò.
domenica 2 aprile 2017
QUESTA SPORCA SESSUALITA’, di Sonia D'Alessio
La sessualità non è una parola
scabrosa, non è una cosa sporca, non è un peccato. E non è un film porno, non è
neppure il kamasutra, non è aprire le gambe, ansimare. Non è il piacere della carne,
non è un amplesso, non è un orgasmo. Non è banalmente tutto questo. No, non è
tanto poco, la sessualità! No, la
sessualità è tantissimo di più.
È una estensione della nostra
interiorità, un riflesso dell’emotività, una risposta alle nostre esigenze che
si sono lentamente sedimentate in noi a partire dall’infanzia; è una richiesta
della nostra mente. Essa trova tante strade, i sensi sono il volano su cui
viaggia. E allora una carezza che ci sfiora ci riporta alla mente qualcosa del
passato, un odore ci trasporta altrove, una musica, una voce nell’orecchio, un
fiato sul collo. Sono tutti starter con cui il sesso prende forma, per
collegarci al nostro io più profondo. E la mente centrifuga ricordi,
esperienze, traumi, sogni, desideri, speranze, paure. Li impasta in nuove
forme. Noi siamo tutto questo, la nostra sessualità è tutto questo. E ognuno
tira fuori dal cassetto dell’anima feticci e perversioni. Parole che incutono
terrore e diffidenza, che suggeriscono l’idea di qualcosa di deviato, di
strano, di peccaminoso e sbagliato, che non segue le norme convenzionali di
comportamento. Eppure c’è chi nel sesso ama essere apostrofato con nomignoli o
parolacce, essere preso di forza, sculacciato; c’è chi ama travestirsi, tradire
o essere tradito, farsi guardare da terze persone, farsi sentire dal condominio
mentre si urla nell’apice del piacere. C’è chi desidera la donna del suo amico,
chi vuole farlo con uno sconosciuto, chi lo fa in luoghi pubblici. Chi è
attratto dal suo capo, chi dal dottore, chi si eccita a guardare una persona in
divisa, chi pensa alla biancheria intima più strana, chi va nei siti porno, chi
nei privèè. Chi frequenta spiagge di nudisti, chi colleziona scatti osé e si fa
continuamente selfie spinti, chi ama il sesso virtuale al telefono, chi su
internet, chi vuol vedere la propria donna leccarsi con un’altra donna. Le perversioni
sono tenute segrete e a freno da molti, combattute mentalmente. Per i
coraggiosi invece a volte è un problema trovare l’anima gemella cui poterle
dichiarare, non si riesce a condividerli, i propri feticci. Talvolta capita che
a uno possa non piacere una cosa che la società ha stigmatizzato come scontata
e normale, invece ci sono uomini a cui non piace la penetrazione e donne a cui
non piace essere penetrate. E allora si finisce nel vortice della paura del
pregiudizio, dell’isolamento, di essere etichettati e giudicati diversi, da
scartare e mettere in un angolo.
Bisognerebbe riappacificarsi con la
propria sessualità, viverla con leggerezza e incanto, accompagnarla con il
gioco catartico e salvifico. Bisognerebbe accettare che la sessualità è la somma
dei nostri momenti di crescita, delle esperienze infantili, del rapporto con le
figure parentali, degli insuccessi e delle manie, delle ansie verso il futuro, delle
paure, del narcisismo e dell’angoscia. La sessualità, se vissuta con questa
consapevolezza, può essere l’ago della bilancia che mette d’accordo i mostri
che ci abitano dentro, che ci turbano. Accogliamoli questi mostri, ascoltiamone
la voce e le ragioni. Se si riesce a trovare la persona complice con cui
possiamo permetterci il lusso di gettare via la maschera, la sessualità diventa
una potentissima espressione del sé. Il mezzo di comunicazione che meglio di
tutti può essere la nostra valvola di sfogo. Condividere le proprie fantasie
con il sorriso sulle labbra, senza paure, senza ipocrisie, senza alcuna
vergogna significa vivere pienamente il proprio essere, esplorarsi fino in
fondo, conoscersi più profondamente. Nella sessualità, persino quando non si è
innamorati, c’è sempre un collegamento con l’amore. L’atto sessuale è la
fusione di due menti, l’incontro di due mondi sconfinati che travasano l’uno
nell’altro piccoli tasselli di sé. Si ha estremo bisogno di comunicare il sé agli
altri. La sessualità molti dovrebbero rivederla, spogliarla dei condizionamenti
di una cultura purtroppo poco laica. Ci hanno educato dicendoci che è peccato. E
ora è più difficile riscoprirla con gioia, imparare ad ascoltarne i bisogni, la
preghiera silenziosa. La nostra sessualità chiede di essere amata. Rinnegarla con
vergogna significa non accettare noi stessi, non cogliere la nostra essenza
vitale, significa non innaffiare il fiore che ci respira dentro.
L'AMORE IMPERFETTO, di Sonia D'Alessio #SF&P
Mi catturano le imperfezioni. Quel taglio sullo zigomo, quella ruga attorno alla bocca, la venuzza blu un po' storta. M' incanto a seguirne il percorso. Devo mettere il dito sul neo, carezzare col dorso della mano la ciocca di capelli ormai imbiancata, scavare nellla fossetta sul mento, sfiorare gli occhi che non vedono bene e hanno lentine o occhiali. Mi curvo a baciarne le ciglia. Devo tastare quel filo di pancia o l'ombelico imperfetto, devo ridere dell'eccessiva peluria o delle unghie mangiucchiate. Devo perlustrare la mappa dei nei sul dorso o osservare i denti imperfetti. Sento il bisogno di scovare le imperfezioni e amarle. E' lì che si annida la storia di un uomo, la sua unicità. E' lì che probabilmente si è amato meno. E' lì che voglio fargli sentire il mio Amore.
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mercoledì 29 marzo 2017
La felicità
La felicità è fatta di attimi, "gli sparuti, incostanti sprazzi di bellezza" direbbe Gep Gambardella. Attimi a volte rubati e inventati, impastati con poco, come s'impasta il pane con un pugno di farina, Coraggio e Amore. E sì, ci vuole coraggio per essere felici. E Fantasia.
Ti esplode nella pancia, la felicità. E metti al mondo te stessa, la tua nuova energia, come la nuvola gravida di pioggia e di elettricità partorisce se stessa. E' uno scambio terra&cielo, la felicità. Quando sei felice sei pura energia, senti che hai un dono da offrire alla Terra.
Il mondo ha bisogno di Anime che hanno la gioia negli occhi e la festa nel cuore.
Namastè.
Ti esplode nella pancia, la felicità. E metti al mondo te stessa, la tua nuova energia, come la nuvola gravida di pioggia e di elettricità partorisce se stessa. E' uno scambio terra&cielo, la felicità. Quando sei felice sei pura energia, senti che hai un dono da offrire alla Terra.
Il mondo ha bisogno di Anime che hanno la gioia negli occhi e la festa nel cuore.
Namastè.
domenica 19 marzo 2017
A MIO PADRE
Forse qualcosa è rimasto. Chissà.
Atomi di te che solcano
malinconici
la mia stessa dimensione spazio-tempo.
Forse qualcosa vaga nell’aria.
Inalerò il tuo odore
respirando affannata
per una corsa.
Calpesterò atomi di te
mentre cammino a piedi nudi sulla spiaggia.
Ti guarderò all’orizzonte
di rosso tramonto vestito.
Ti berrò con l’acqua salata
mentre nuoto al largo.
Ti sorriderò
quando festoso arcobaleno
colorerai il cielo.
Sarai la lacrima che mi scorre lenta.
O il suono argentino
della mia risata.
Sarai la carezza del vento.
O il sole che brucia la pelle.
Sarai, forse, quell’ombra che mi segue gioiosa.
O gli occhi di un cane fedele.
Sarai nell’aria.
Forse qualcosa è rimasto. Chissà.
MI APPARI
M’appari,
ebbra di luce a raccogliere molecole sparse
Di
infinito, regina ed esule respinta di un mondo mai domo
Fiera
vestale d’oblio, spuma di mare, sabbia dei secoli a venire,
trama
di fitti respiri che regola il battito del mondo.
Ed
io, d’estatico stupor sorpreso, muto ad indovinare
Le
tue forme di giungla ed i silenzi tra noi leggeri, uditi
E
poi raccontati, di bocca in bocca mutati.
Indomito
cerco i segni della tua ombra vàgula, vaticinio
Di
incanto e di delizia, presagio d’eternità.
Tu
sola gemendo giaci, frenetico furor frenando, gesto antico
Retaggio
di regalità.
Tua
missione è la vita e vivendo la compi. (di P.C.)
(Una poesia ispirata a me. Grazie dell'omaggio)
(Una poesia ispirata a me. Grazie dell'omaggio)
lunedì 13 marzo 2017
L’ALBA RITORNA
Salivo il
declivio faticoso della vita:
le membra
stanche,
la fronte
sudata,
il cuore
colmo d’amarezza.
Il chiarore
dell’alba
mi
sorprese,
i miei
occhi vizzi e stanchi
riscoprirono
i colori del giorno.
E poi il
sole mi avvolse,
iniettandomi
energia.
La pioggia
idratò
la mia
pelle arida,
lavò le
ferite.
Le mie
orecchie
riscoprirono i suoni
della vita
che palpita.
Rinacqui.
Come rinasce l’alba
(Sonia D'Alessio)
(Sonia D'Alessio)
COME IL MARE
Come l’onda
che s’infrange sulla riva
sono i
ricordi che m’invadono il cuore,
con quel
dolce e triste sapore
di un
notturno sul mare…
Il canto di
mille stelle sirene
come il
richiamo voluttuoso che udimmo
e la luna
materna - nel cui grembo
ci
accoccolammo – il nostro letto.
Il rumore
dell’onda
come il
nostro sussurrare d’amore,
il sapore
della salsedine
come quello
della nostra voluttà,
il buio
della notte
come il
nostro naufragare…
Fummo gocce di mare
che annegano nell'oceano,
un puntino
negli abissi dell'universo
(Sonia D'Alessio)
Fummo gocce di mare
che annegano nell'oceano,
un puntino
negli abissi dell'universo
(Sonia D'Alessio)
Fummo
gocce di mare
che
annegano nell’oceano,
un
puntino
negli
abissi profondi dell’universo
Fummo
gocce di mare
che
annegano nell’oceano,
un
puntino
negli
abissi profondi
dell’universo.
sabato 11 marzo 2017
LADRA , di S. D'Alessio
Di fremiti
da tempo orfana
uno
spicchio di luna mi ritaglio,
frutto
succoso
che rubo al
giardino proibito.
Alle labbra
lo porto gustoso
il succo mi
spremo
a satinarmi
la pelle
opaca degli anni.
E
m'incorono regina
in questa
nuova alba di sogni.
Il sorriso
non l'avevo
--- l'ho rubato alla luna...
L'OMBRA, di S. D'Alessio
Cammino su
una via troppo dritta e assolata,
l'ombra mia
mi fa compagnia.
Piccolo
mimo che saltella e rotola
si affaccia
verso viottoli e mulattiere,
faccia di
clown triste perché non lo seguo.
Delicatamente
poi mi prende la mano,
svogliatamente
mi lascio andare
scavalco il
parapetto
ed eccolo lì...
il mare...
Son
le due parti di me, una che va sulla strada troppo dritta, l'altra che vorrebbe
prendere viottoli e mulattiere. Vince la seconda che mi porta a scoprire
l'azzurro e immenso luccichio della vita.
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