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lunedì 21 gennaio 2019

domenica 13 gennaio 2019

AMORE DI MAMMA #maternità #figli #ilsensodellavita #nutrimento #pace #serenità #gioia #Amore




Lo sento pulsare come un’onda
 che lambisce la spiaggia.
Si stende come un bimbo
che si stiracchia al risveglio.
Si allarga come lo sguardo
che scruta l’orizzonte:
è il mio cuore
quando penso a voi,
colori della mia vita,
grilli della mia estate,
pesci del mio mare.
E’ il mio cuore che vi abbraccia.
Piccoli grandi doni
del cielo.


Mistero gioioso
di questa sorprendente vita.             

IL MIO MONDO #amoredimamma #maternità #figli #ilsensodellavita #nutrimento #pace #serenità #gioia #Amore #rinascita #sogni



In questo corpo una duplice vita, ma una!
In questo gonfio ventre
due battiti, no, uno.
E il mondo poi, ha salutato lei,
la bellissima e dolce Isabella.
Il canto dell’usignolo che
ti allieta la vita;
la fresca fontanella dove
abbeverare il cuore quando è stanco.
Poi sei venuta tu,
birichina Felisia,
ammasso di carni tenere e rosee,
occhi scuri, naso a patatina,
manina grassottella.
Il mio mondo bellissimo è qui,
giostra di colori, suoni, odori.
E’ nella carezza di quella
manina soffice, di quegli occhietti,
di quella vocetta roca e argentina
che mi dice: “… nel letto ‘ammina” .*
o nel tenero bacio
un po’ umido
che mi desta la notte
e nel buio scorgo
gli occhietti vispi
della mia bimba
che si fa posto tra le mie lenzuola.
Il mio mondo bellissimo
è in questa casa
che scoppia di risa, di grida, di pianti, di giochi.
Di vita.

ELISIR #amoredimamma #amoregrande #felicitàvera #ilsensodellavita



Cuore mio!
Piangevi,
cantando su questi nudi fogli
la tua rabbia, la tua malinconia!
Vecchio, vizzo cuore,
dove sei?
Eri disidratato
come una foglia senza linfa,
tu
senza l’amore
 che ti aveva schiaffeggiato
quand’eri solo una bimba.
Ora sei turgido
dell’amore di mamma
che ti ha gonfiato  
fino a straripare
dilatando la tua pelle,
oggi luminosa come un manto di stelle.
E’ nello splendore di quest’amore
che sei rinato giovane, pulsante.
Tu, un tempo vecchio,
vizzo cuore rugoso,
hai bevuto l’elisir
 dell’eterna felicità:
l’esser mamma!

mercoledì 4 luglio 2018

LA STORIA DI SARNO IN 10 VOLUMI - La terza monografia di Locatelli ci narra quaranta storie di sognatori sarnesi



“GLI UOMINI E LE IMPRESE DEL ‘900. Gli industriali, i costruttori, gli imprenditori e le banche”: è questo il titolo della terza tra le dieci monografie con cui Goffredo Locatelli promette di raccontare Sarno. L’opera è appena uscita, la potete trovare alle edicole, e appare assolutamente uno di quei volumi da ficcare in valigia tra solari e bikini e portare sotto l’ombrellone: attenzione, però, potreste scordarvi di dove siete e cosa state facendo, e ritrovarvi così, nel mentre leggete, arrostiti come  peperoni, dato che il libro vi cattura e si fa divorare.
 Locatelli si conferma un grande affabulatore, ma la sua particolarità – che fa di lui una delle migliori penne in circolazione – è che riesce a far sembrare romanzo quel che invece è storia; fatica, sudore e frutto di una ricerca certosina di notizie, descrizioni, persone, eventi. L’Autore, che ha alle spalle una vita da giornalista di successo, ha conservato la sua passione per le interviste e l’indagine, anche umana, che è la sua caratteristica più bella, a mio avviso; ama sedersi a conversare, ma soprattutto ad ascoltare chi di cose interessanti da narrare ne ha veramente. E queste cose trasmuta in racconti avvincenti. Per questo libro è arrivato persino a fare ricerche in America e rintracciare i discendenti dei grandi uomini sarnesi. Il tutto, corredato anche stavolta da un archivio fotografico enorme.
 I nostri imprenditori di successo meritano attenzione, le loro storie restituiscono il quadro di una Sarno laboriosa, di famiglie che si sono rimboccate le maniche e hanno saputo creare lavoro nel nostro territorio. Partendo dal nulla. Ecco, è questo il comune denominatore, le quaranta storie hanno questo in comune.
 Chi sono gli imprenditori sarnesi? - si chiede Locatelli. Sono dei sognatori, “perché l’entusiasmo, in quanto emozione, può nascere solo dai sogni. Sogni ambiziosi, mete difficili…” E allora l’affascinante Lina Renzullo ci racconta con umiltà come, da semplice estetista, ha saputo sognare, volare alto, immaginare, creare, faticare, combattere. Una delle storie che maggiormente mi ha colpita, quella del Centro Lars. Ne cito altre due. Quella di Gustarosso, cioè del sognatore Eduardo Ruggiero, che ha fatto del semplice pomodoro San Marzano un marchio mondiale. E la strada, quando ci si mette la creatività di Paolo Ruggiero, il figlio, è una sfavillante ascesa: con Paolo è nata Pomodoria, l’Accademy per far conoscere con corsi di cucina il mondo del pomodoro. Terza storia che mi colpisce è quella di Aldo Rainone: con lui, la RCM Costruzioni è diventata la holding di uno dei gruppi emergenti nel panorama nazionale delle imprese di costruzioni.
 Gente capace di portare il nome del nostro paese in alto, e varcare i semplici confini territoriali. Un libro, dunque, che incita i nostri giovani a sognare, a provare a inventare e costruire, a cambiare: tutto è possibile se c’è questo carburante.
Un libro da utilizzare negli istituti superiori quando si parla di Orientamento e di alternanza Scuola-Lavoro.

sabato 30 settembre 2017

Faccio ordine, rassetto #SF&P

Faccio ordine, rassetto la casa del mio cuore. Qui in libreria, il silenzio. Lì sul divano, la calma tra i cuscini. E sul tavolo stendo il velluto del mio perdono.
Sistemo i fiori della mia allegria nel vaso sul trespolo. Ripongo nel mobile le foto della malinconia.  Metto in lavastoviglie la gelosia. Questa maglia appena unta di rabbia, in lavatrice. Le parole di troppo spruzzo con lo smacchiatore, perché si sa quelle son macchie difficili da eliminare. Il cassetto della vendetta e del rancore è vuoto da sempre, e allora vi metto chili di gratitudine. Sistemo, con le pile dei panni da stirare, i miei propositi per il futuro. Ecco un calzino spaiato di amori a senso unico. Non è assolutamente da gettare; lo stendo al sole insieme agli abbracci negati. Nel cestone dei panni sporchi o usati ficco le critiche e le offese. Nel panierino della tombola due desideri mai avverati. Le bambole della mia infanzia felice colloco sulla credenza in salotto. Il pane appena sfornato, sulla madia in cucina. In frigo ripongo le delusioni cocenti; nell’armadio, i ricordi per l’inverno della mia vecchiaia perché mi tengano caldo. Butto nel water la mia finta saggezza e tiro lo scarico. Vanno nell’immondizia indifferenziata le cattiverie ricevute; nel cesto azzurro del riciclabile, gli amori di plastica; nell’umido, gli amori veri che nutrono la terra. Tra le pagine del mio diario infilo una ruga, una lacrima ed un capello bianco. Nel bymbi vanno le cose amare da rimescolare, fuori alla porta il mio nome da ricordare.
 Sotto il cuscino l’autoironia, per filtrare a fine giornata il mio vissuto. Nel forno metto a scaldare la mia armatura da guerriero di burro. Un po’ di essenza di speranza nei pourpourì. E al pianoforte, la mia anima nostalgica: suonami qualcosa!
Dopo la casa, è il momento di curare la padrona. Polvere azzurra di cielo e sogni sulle palpebre, e sulle labbra stendo la voglia di baci. Crema sulle mani che accarezzano la vita, talco rinfrescante sui piedi che cammineranno tanto. Profumo di seduzione spruzzo sul collo, anelli di vanità metto alle dita. E un fiore infilo tra i capelli a ricordarmi la mia femminilità.


Tra i cioccolatini nel portabonbon… la mia fantasia.

venerdì 15 settembre 2017

SCARABOCCHIO, parte II - Il microfono a Sonia Fiammetta #SFP

"FEDELE COMPLICITA'. Addio con brio."

Con la mano ancora salda alla maniglia, poggiavo la fronte sulla porta, le orecchie tese ad ascoltare il rumore dell’ascensore che ti portava via, gli occhi chiusi a ricordare il nostro lungo bacio di addio. Mi abbandonavo alla felicità, lasciandomela scorrere addosso come un dolce veleno. Sentivo nella mia bocca il sapore di te, di quell’ultimo bacio sull’uscio della nostra storia sottile.
Non ti ho chiesto mai quando… né se…saresti ritornato. Il tempo era per me un dettaglio stupido, inutile. Era importante mettere le essenze di fiori d’arancio nei pourpourì in salotto, quelle alla vaniglia in camera da letto, preparare tutte le musiche, i dettagli. Ma il tempo no. Non m‘importava. Ci dicevamo addio ogni volta. E ogni volta… ero felice.
Lentamente riaprivo gli occhi: tutto attorno a me era il palcoscenico di te.
Da smontare.
Con cura.
Con lo stesso amore dell’inizio.
Io, il falegname e lo scenografo.
Spegnevo lo stereo. Ciao, Chet Baker.
Avvolta nella magia di un silenzio ancora carico di noi, lentamente, svuotavo il vassoio della tua colazione. Tenevo tra le mani con estrema calma e lentezza la tua tazzina, guardavo il fondo del caffè che avevi lasciato: ci vedevo i tuoi lucidi occhi verdi assonnati. Bevevo l’ultimo sorso d’acqua dal tuo calice, come una ladra d’amore. Lavavo e posavo le tazzine del caffè e la caffettiera ancora bollente. Lavavo e asciugavo lentamente cucchiaini, piattini, bicchieri. La crepiera nella quale avevo saltato crepes improvvisate alle cinque e quaranta del mattino. E poi le tazze da tè: mi versavo nella tua ancora un po’ della mia tisana. Mela curcuma zenzero e cannella. Con il dito giravo lentamente intorno al filo d’oro della decorazione. Tu eri lì, in quei piccoli oggetti che mi erano serviti per allestire il palcoscenico di te. Eri nelle crepes che ti avevo improvvisato, o nello zucchero caduto dai cornetti, nell’odore delle mie tisane. Sì, ne avrei preso ancora un sorso.
Ora i servizi di porcellana erano al loro posto. Al loro posto i vassoi, le brocche, i miei sentimenti, la teiera, i piattini del dolce. Pulivo la tavola. I fornelli. Riponevo in credenza i biscotti, i cubetti di zenzero, le parole non dette, le emozioni di troppo, le mandorle.
E c’era ancora più amore nel riporre ogni cosa, nel riordinare ogni pezzo.
Ogni pezzo era una carezza. E ora erano tutte in fila. stipate nei mobiletti del cuore.
In camera, il letto era sfatto. Un frizzante venticello del mattino agitava lievemente le tende arancio, smuovendo nell’aria il mio profumo: non andavo a letto senza averne spruzzato due gocce dietro al collo e sul seno.  Io ... forse ero ancora lì. Lì c’era l’Anima che avevi amato.
Nello specchio dell’armadio guardavo i miei capelli sciolti e spettinati, il trucco un po’ squagliato, tanto da fare pendant col mio cuore di burro. Il babydoll di turno. Le gambe nude.
Ero la donna che avevi amato. Non la bambina che aspettavi. Ma una Donna. Troppi difetti, troppo imprevista. Non la ragazza con il velo da sposa. No. Solo un’anima nuda. E sola. Qualche lacrima, una ruga ed un capello bianco.
Dal cassetto, prendevo il mio quadernodellepiccolegioie. Annotavo con cura i pensieri, ciò che ci eravamo detti, i segreti che mi avevi confidato, le emozioni che mi si erano incollate sulla pelle.
Rifacevo il letto, portavo via la bottiglietta d’acqua dal tuo comodino, riponevo le tue ciabattine bianche. E… i nostri giochi segreti. Sìììì!! Un sorriso malizioso mi rallegrava il cuore e l’anima. Sentivo un giullare saltellarmi dentro. E giocolieri erano i ricordi che mi assalivano. I ricordi dei nostri giochi inventati come bolle di sapone.
Ogni volta mi lasciavi così. Innamorata fino al midollo. Felice nelle capriole dell’anima. Profumata di te. Sapevo che sarei rimasta in questo stato, inebetita, per qualche giorno. Prima di tornare alla mia vita. Alla mia vita densa e orientata, nella quale ti eri intrufolato zitto zitto, scivolando forse sotto la porta chiusa a chiave. Come un profumo.
“Gli incontri arrivano quando arriviamo a un limite, quando abbiamo bisogno di morire e rinascere emotivamente”.
E tu dopo il nostro incontro, eri nato. Ti avevo visto felice e nuovo, che mi cercavi, che ti facevi chilometri di stanchezza per venire.
Ma ora volevi morire ancora. Mi chiedevi il veleno. E io ti spalancavo la porta, ti davo la rivoltella, il pugnale, la cicuta. Vai. Vola, Anima. Addio con brio.
Ma ora eri lì, ero lì. La stanza sapeva di noi.
Mi accoccolavo adagio sotto le lenzuola.

E riprendevo... ad amarti.

sabato 2 settembre 2017

SCARABOCCHIO - Il microfono all'uomo #SFP








Nella lista mentale dei miei progetti di uomo cadesti come una goccia d’inchiostro, a incunearti tra gli elenchi delle priorità. Imprevista. Eterea e allo stesso tempo ingombrante. Lontana ma vicina. Inafferrabile ma presente. Piccola ma grande. Un simpatico scarabocchio.
La vita è ciò che ti accade mentre sei occupato a progettare altro, riflettei senza rassegnazione alcuna.
Arrivasti nella casa della mia anima quando le tende erano chiuse, le finestre serrate, i portoni sbarrati. Da dove fossi entrata Dio solo lo sa.
Tutto era immobile, nella casa della mia anima. Fermo a un conto in sospeso. “Chi sa guardare la tua anima merita un posto nel tuo cuore”: questa la consegna su cui dovevo riflettere. Imparare senza opporre più resistenze. Mai più.
Mi tirasti via con dolcezza, prendendomi la mano. Costruisti per me un palcoscenico immenso, spettatrice sognante e innamorata, regista precisa e creativa.
Al mio arrivo, stendevi manti di profumi, sceglievi accuratamente le musiche, accendevi le candele sulla tavola imbandita del tuo corpo gustoso, dei tuoi cibi che caldi estraevi dal forno. Per me.
Ogni cosa era al suo posto, nella casa della tua anima: collocavi accanto al metronomo i miei tempi lenti, lì la poesia, sul divano la capacità di ascolto, in quell’angolo l’amicizia, laggiù in fondo alla stanza una montagna di silenzio, nello stanzino proibito la fantasia, sul trespolo in ferro le mie tovaglie da bagno arrotolate con cura, accanto all'armadio le mie ciabattine bianche, sul comodino la bottiglia d'acqua per la notte, nei tuoi palmi aperti la libertà, nel bicchiere la seduzione. E seducente eri, con le tue trovate insolite, ogni volta una e più.
Imboccavi la mia anima anoressica come una rondine con i suoi rondinotti. Eri un nido. Rammendavi i miei abiti sdruciti – di chi ha sofferto – con fili colorati e resistenti. Con le tue piccole mani d’amore lisciavi la mia pelle, assetata di affetto e perdono, come un mare in tempesta su cui riportavi la calma. Massaggiavi con creme il cammino polveroso dei miei piedi stanchi.
E se mi chiudevo nei silenzi, ti mettevi seduta lì sul baratro, le gambe penzoloni, ad aspettarmi in eterno, conscia che già solo provare a infrangerli significava caderci dentro, in quel burrone buio. Eri diventata ormai esperta.
 La tua camera era la stanza dei giochi. Io e te due bambini complici e instancabili. Sapevi giocare persino con i mostri che mi abitano dentro. Ci mangiavamo come serpenti. L’uno di fronte all’altra svuotavamo l’anima dai segreti: monete preziose che spargevamo sul letto da un cuore borsellino. Tu raccattavi i pezzi che io lasciavo cadere come mai avevo fatto con nessuno. Pezzetti di carta che la tua mano di scrittrice ricuciva. Briciole di Pollicino alla luna, per ritrovare la strada che conduceva alla mia anima.
 Le tue parole TI AMO tagliavano la crosta del mio cuore: respirava!
 Ero intero con te. Ma vulnerabile. Facevo resistenza alla mia consegna, come un ragazzo che non capisce un'equazione. Tu non eri prevista. Eri venuta nella mia vita per insegnarmi ciò che non volevo imparare! Eri una goccia d’inchiostro a imbrattare il promemoria che con cura avevo stilato. A coprire le mie certezze. Da dove fossi entrata Dio solo lo sa.
I nostri corpi carichi di benessere si lasciavano andare a un sonno ristoratore, cullati dalle note del jazz. Ma non sono convinto che tu dormissi. Sentivo su di me la tua attenzione costante, eri LA CURA di Battiato. Una luce che non si spegneva mai.
Al mattino ti offrivi al mio sguardo di uomo in tutta la tua naturale bellezza: spettinata, ancora nuda, il trucco sciolto come una Pierrottina, i grandi occhi verdi carichi di passato ma anche di sogni. Le tue lingerie inventate sparse per la stanza. Il tuo profumo indelebile sul mio corpo. Quanto donna eri!
-          Sono bella?
-          Sì, sei molto bella.
Allora il tuo naso sbarazzino volava in alto con un sorriso felice. Eri felice. Felice di me. Un cestino di frutti bellissimi: gioia, creatività, dolcezza, premura.
Il profumo del forno solleticava le mie narici: avevi cotto i cornetti, fatto il caffè e le tue memorabili tisane, allineato nei vassoi della colazione i tuoi sentimenti in mezzo ai biscotti e allo zenzero.

Il bacio sulla porta coi tuoi seni premuti sul mio cuore, il tuo sorriso pieno, il tuo profumo di donna. Lasciavo la casa dell’amore, il nido, l’accoglienza. Tornavo come sempre alla mia libertà. Il tuo regalo.

venerdì 11 agosto 2017

STORIE DI BULLI, un libro di Sonia D'Alessio



Violenza e paura. Angoscia di non essere nessuno, terrore di non riuscire a essere quel che si vorrebbe, ansia di non essere degni del gruppo, approvati e accettati; incapacità di reagire, rimanendo spettatori passivi. Perché il bullismo ha tanti tasselli. C’è la vittima principale, che è sempre un ragazzo perbene. E poi ci sono quelli che si sono “smarriti”; come il carnefice, o la ragazza che si fa trascinare perché senza orientamento, e finisce anche lei preda dei bulli; o i genitori che a volte non sono di aiuto. O gli spettatori, omertosi, incapaci di denunciare. Persi.
Una storia di bullismo che si snoda tra quinta elementare e seconda media, raccontata da due punti di vista, che si alternano capitolo dopo capitolo; sono due facce della stessa medaglia. Lui è Luigi, la vittima; chiuso, educato, pianista, poeta. Lei è Asja, una dei carnefici, ragazza senza orientamento e dalla personalità acerba; ci racconta come si è ritrovata nel gruppo dei bulli chiamati I DIAVOLI NERI. E come ne è uscita e si è riscattata.
Una storia di bulli sbullizzati e nastri riavvolti.  Parecchi gli spunti di riflessione.

TRAMA
Gino è un ragazzino sensibile che ama la lettura, suonare e scrivere poesie.  Vittima di bullismo a scuola, diventa chiuso e silenzioso. I bulli costituiranno poi la BANDA DEI DIAVOLI NERI compiendo atti di vandalismo, teppismo, violenza contro persone, ambiente, cose. All’interno della scuola, allagate aule, distrutte verifiche didattiche. I Diavoli vengono colti in flagranza di reato e portati davanti al Procuratore Minorile. Protetti dai genitori, se la cavano.
Il capo della banda accusa Luigi di aver fatto la spia con i professori e convince gli altri a vendicarsi di lui. Il ragazzino viene trascinato in una stalla, insieme a Martino, l’unico dei compagni di classe che si è ravveduto e ha abbattuto il muro dell’omertà, l’unico che gli è amico. Vengono picchiati, spalmati di letame e abbandonati.
Ad aiutarli sarà Asja, che finalmente trova il coraggio di ragionare con la propria testa, la forza di un gesto eroico.
                                           

#bullismo #affettività #orientamento #adolescenza #amicizia #paura #coraggio #babygang #omertà #violenzagiovanile #scuola #branco     #narrativaperragazzi                                             

sabato 8 aprile 2017

ROSSO

Non riesco a fare nulla, sono ancora qui con te, nella calda coperta delle emozioni e dei profumi che mi lasci. Avvolta nella CURA di cui parla Battiato, quella Cura che ci stiamo donando a vicenda e che ci riempie e riscalda. È un sommelier che ti riempie il calice di ROSSO, questo nostro tempo, questa nostra Storia. È calore che ti arriva nelle viscere, nel sangue, ti ricolora i chakra. Mi verso altro caffè non nella mia tazza ma nella tua. Sono ancora qui con te, coi tuoi cioccolatini in mano e quella foto aperta… che tra poco eliminerò.

domenica 2 aprile 2017

QUESTA SPORCA SESSUALITA’, di Sonia D'Alessio


La sessualità non è una parola scabrosa, non è una cosa sporca, non è un peccato. E non è un film porno, non è neppure il kamasutra, non è aprire le gambe, ansimare. Non è il piacere della carne, non è un amplesso, non è un orgasmo. Non è banalmente tutto questo. No, non è tanto poco, la sessualità!  No, la sessualità è tantissimo di più.
È una estensione della nostra interiorità, un riflesso dell’emotività, una risposta alle nostre esigenze che si sono lentamente sedimentate in noi a partire dall’infanzia; è una richiesta della nostra mente. Essa trova tante strade, i sensi sono il volano su cui viaggia. E allora una carezza che ci sfiora ci riporta alla mente qualcosa del passato, un odore ci trasporta altrove, una musica, una voce nell’orecchio, un fiato sul collo. Sono tutti starter con cui il sesso prende forma, per collegarci al nostro io più profondo. E la mente centrifuga ricordi, esperienze, traumi, sogni, desideri, speranze, paure. Li impasta in nuove forme. Noi siamo tutto questo, la nostra sessualità è tutto questo. E ognuno tira fuori dal cassetto dell’anima feticci e perversioni. Parole che incutono terrore e diffidenza, che suggeriscono l’idea di qualcosa di deviato, di strano, di peccaminoso e sbagliato, che non segue le norme convenzionali di comportamento. Eppure c’è chi nel sesso ama essere apostrofato con nomignoli o parolacce, essere preso di forza, sculacciato; c’è chi ama travestirsi, tradire o essere tradito, farsi guardare da terze persone, farsi sentire dal condominio mentre si urla nell’apice del piacere. C’è chi desidera la donna del suo amico, chi vuole farlo con uno sconosciuto, chi lo fa in luoghi pubblici. Chi è attratto dal suo capo, chi dal dottore, chi si eccita a guardare una persona in divisa, chi pensa alla biancheria intima più strana, chi va nei siti porno, chi nei privèè. Chi frequenta spiagge di nudisti, chi colleziona scatti osé e si fa continuamente selfie spinti, chi ama il sesso virtuale al telefono, chi su internet, chi vuol vedere la propria donna leccarsi con un’altra donna. Le perversioni sono tenute segrete e a freno da molti, combattute mentalmente. Per i coraggiosi invece a volte è un problema trovare l’anima gemella cui poterle dichiarare, non si riesce a condividerli, i propri feticci. Talvolta capita che a uno possa non piacere una cosa che la società ha stigmatizzato come scontata e normale, invece ci sono uomini a cui non piace la penetrazione e donne a cui non piace essere penetrate. E allora si finisce nel vortice della paura del pregiudizio, dell’isolamento, di essere etichettati e giudicati diversi, da scartare e mettere in un angolo.

Bisognerebbe riappacificarsi con la propria sessualità, viverla con leggerezza e incanto, accompagnarla con il gioco catartico e salvifico. Bisognerebbe accettare che la sessualità è la somma dei nostri momenti di crescita, delle esperienze infantili, del rapporto con le figure parentali, degli insuccessi e delle manie, delle ansie verso il futuro, delle paure, del narcisismo e dell’angoscia. La sessualità, se vissuta con questa consapevolezza, può essere l’ago della bilancia che mette d’accordo i mostri che ci abitano dentro, che ci turbano. Accogliamoli questi mostri, ascoltiamone la voce e le ragioni. Se si riesce a trovare la persona complice con cui possiamo permetterci il lusso di gettare via la maschera, la sessualità diventa una potentissima espressione del sé. Il mezzo di comunicazione che meglio di tutti può essere la nostra valvola di sfogo. Condividere le proprie fantasie con il sorriso sulle labbra, senza paure, senza ipocrisie, senza alcuna vergogna significa vivere pienamente il proprio essere, esplorarsi fino in fondo, conoscersi più profondamente. Nella sessualità, persino quando non si è innamorati, c’è sempre un collegamento con l’amore. L’atto sessuale è la fusione di due menti, l’incontro di due mondi sconfinati che travasano l’uno nell’altro piccoli tasselli di sé. Si ha estremo bisogno di comunicare il sé agli altri. La sessualità molti dovrebbero rivederla, spogliarla dei condizionamenti di una cultura purtroppo poco laica. Ci hanno educato dicendoci che è peccato. E ora è più difficile riscoprirla con gioia, imparare ad ascoltarne i bisogni, la preghiera silenziosa. La nostra sessualità chiede di essere amata. Rinnegarla con vergogna significa non accettare noi stessi, non cogliere la nostra essenza vitale, significa non innaffiare il fiore che ci respira dentro.

L'AMORE IMPERFETTO, di Sonia D'Alessio #SF&P

Mi catturano le imperfezioni. Quel taglio sullo zigomo, quella ruga attorno alla bocca, la venuzza blu un po' storta. M' incanto a seguirne il percorso. Devo mettere il dito sul neo, carezzare col dorso della mano la ciocca di capelli ormai imbiancata, scavare nellla fossetta sul mento, sfiorare gli occhi che non vedono bene e hanno lentine o occhiali. Mi curvo a baciarne le ciglia. Devo tastare quel filo di pancia o l'ombelico imperfetto, devo ridere dell'eccessiva peluria o delle unghie mangiucchiate. Devo perlustrare la mappa dei nei sul dorso o osservare i denti imperfetti. Sento il bisogno di scovare le imperfezioni e amarle. E' lì che si annida la storia di un uomo, la sua unicità. E' lì che probabilmente si è amato meno. E' lì che voglio fargli sentire il mio Amore.

mercoledì 29 marzo 2017

La felicità

La felicità è fatta di attimi, "gli sparuti, incostanti sprazzi di bellezza" direbbe Gep Gambardella. Attimi a volte rubati e inventati, impastati con poco, come s'impasta il pane con un pugno di farina, Coraggio e Amore. E sì, ci vuole coraggio per essere felici. E Fantasia.
Ti esplode nella pancia, la felicità. E metti al mondo te stessa, la tua nuova energia, come la nuvola gravida di pioggia e di elettricità partorisce se stessa. E' uno scambio terra&cielo, la felicità. Quando sei felice sei pura energia, senti che hai un dono da offrire alla Terra.
Il mondo ha bisogno di Anime che hanno la gioia negli occhi e la festa nel cuore.
Namastè.

domenica 19 marzo 2017

A MIO PADRE



Forse qualcosa è rimasto. Chissà.
Atomi di te che solcano
malinconici
la mia stessa dimensione spazio-tempo.
Forse qualcosa vaga nell’aria.

Inalerò il tuo odore
respirando affannata
per una corsa.

Calpesterò atomi di te
mentre cammino a piedi nudi sulla spiaggia.

Ti guarderò all’orizzonte
di rosso tramonto vestito.

Ti berrò con l’acqua salata
mentre nuoto al largo.

Ti sorriderò
quando festoso arcobaleno
colorerai il cielo.

Sarai la lacrima che mi scorre lenta.
O il suono argentino
della mia risata.

Sarai la carezza del vento.
O il sole che brucia la pelle.

Sarai, forse, quell’ombra che mi segue gioiosa.
O gli occhi di un cane fedele.
Sarai nell’aria.

Forse qualcosa è rimasto. Chissà.

MI APPARI

M’appari, ebbra di luce a raccogliere molecole sparse
Di infinito, regina ed esule respinta di un mondo mai domo
Fiera vestale d’oblio, spuma di mare, sabbia dei secoli a venire,
trama di fitti respiri che regola il battito del mondo.
Ed io, d’estatico stupor sorpreso, muto ad indovinare
Le tue forme di giungla ed i silenzi tra noi leggeri, uditi
E poi raccontati, di bocca in bocca mutati.
Indomito cerco i segni della tua ombra vàgula, vaticinio
Di incanto e di delizia, presagio d’eternità.
Tu sola gemendo giaci, frenetico furor frenando, gesto antico
Retaggio di regalità.

Tua missione è la vita e vivendo la compi. (di P.C.)

(Una poesia ispirata a me. Grazie dell'omaggio)


lunedì 13 marzo 2017

L’ALBA RITORNA

 


Salivo il declivio faticoso della vita:
le membra stanche,
la fronte sudata,
il cuore colmo d’amarezza.

Il chiarore dell’alba
mi sorprese,
i miei occhi vizzi e stanchi
riscoprirono i colori del giorno.

E poi il sole mi avvolse,
iniettandomi energia.

La pioggia idratò
la mia pelle arida,
lavò le ferite.
Le mie orecchie
riscoprirono i suoni
della vita che palpita.
Rinacqui.
Come rinasce l’alba 
 (Sonia D'Alessio)


                          

COME IL MARE





Come l’onda che s’infrange sulla riva
sono i ricordi che m’invadono il cuore,
con quel dolce e triste sapore
di un notturno sul mare…
Il canto di mille stelle sirene
come il richiamo voluttuoso che udimmo
e la luna materna - nel cui grembo
 ci accoccolammo – il nostro letto.
Il rumore dell’onda
come il nostro sussurrare d’amore,
il sapore della salsedine
come quello della nostra voluttà,
il buio della notte
come il nostro naufragare…
Fummo gocce di mare
che annegano nell'oceano,
un puntino
negli abissi dell'universo
(Sonia D'Alessio)
Fummo gocce di mare
che annegano nell’oceano,
un puntino
negli abissi profondi dell’universo




Fummo gocce di mare
che annegano nell’oceano,
un puntino
negli abissi profondi dell’universo.             


sabato 11 marzo 2017

LADRA , di S. D'Alessio


Di fremiti da tempo orfana
uno spicchio di luna mi ritaglio,
frutto succoso
che rubo al giardino proibito.
Alle labbra lo porto gustoso
il succo mi spremo
a satinarmi
la pelle opaca degli anni.
E m'incorono regina
in questa nuova alba di sogni.
Il sorriso non l'avevo
--- l'ho rubato alla luna...




L'OMBRA, di S. D'Alessio



Cammino su una via troppo dritta e assolata,
l'ombra mia mi fa compagnia.
Piccolo mimo che saltella e rotola
si affaccia verso viottoli e mulattiere,
faccia di clown triste perché non lo seguo.
Delicatamente poi mi prende la mano,
svogliatamente mi lascio andare
scavalco il parapetto
ed eccolo lì... il mare...
 

Son le due parti di me, una che va sulla strada troppo dritta, l'altra che vorrebbe prendere viottoli e mulattiere. Vince la seconda che mi porta a scoprire l'azzurro e immenso luccichio della vita. 

venerdì 10 febbraio 2017

TENEREZZA INFINITA di S. D'Alessio

Camilla ha tirato la coperta tutta dal suo lato. Ha freddo. Si gira a guardare suo marito: sul comodino di lui, al chiarore vacuo del lumicino notturno, biancheggia una pillola. Ecco, ha dimenticato nuovamente di prenderla! La sera crolla guardando la tv e se ne scorda.
 Sta russando profondamente. Non le dà fastidio. Ormai ci è abituata. Sono cinquanta anni di vita insieme. Lei aveva solo sedici anni quando lui la prese per la prima volta. Era un ventenne forte e risoluto, Alberto. Le era piaciuto per la simpatia. Quanto la faceva ridere! Serate intere a ridere e gioire, correre, chiacchierare.
Di lui conosce ogni più piccolo particolare; ogni pensiero recondito, sa leggere. E lui di lei, ogni più piccolissimo odore nascosto, ogni neo, ogni ruga.
Alberto russa, con la bocca spalancata e il capo reclinato all’indietro. Emette un sibilo intermittente, mentre la pancia va su e giù. Lo guarda, Camilla. Beato lui, pensa. Lei invece è insonne. E la vescica è piena. Si alza per andare in bagno. Prende la piccola torcia sul comodino per farsi luce. Tanto ogni notte è così. Si mette sulle spalle la lisesa di lana che lei stessa ha fatto con i ferri. A passetti piccoli va in bagno. Quando torna, suo marito è desto.
-          - Ti ho svegliato… mi spiace…
-      -     Mi hai lasciato senza coperta… - risponde lui, ironico.
La tira a sé dolcemente, risistemando il piumone.
 È bello stare stretti stretti, avvolti a cucchiaio. La testa di lui affonda nella chioma canuta e morbida di lei. Nel suo odore di gattino bagnato.  Tiene le mani avvinghiate al bacino ossuto della consorte, Alberto. Gioca coi piedi di Camilla. Gli è sempre piaciuto sentire quei piccolissimi piedi ghiacciati. Strofinarci i propri.
Con una mano le accarezza i capelli e le soffia sul collo.
-          - Ho freddo, Albe’ – sussurra lei strofinando di rimando i suoi piedi con quelli del marito, nodosi e duri. Ma lui è un termosifone. Il calore del suo corpo è già arrivato a scaldarla.
 Il marito gioca con la bocca sul collo di lei. E una mano s’intrufola sotto la maglia del pigiama a cercare i capezzoli. Trova un’altra maglia, e poi un’altra ancora.
Si ritrae, lei, appena un pochino. È l’effetto del pudore. Dopo tanti anni non le è ancora passato. Fanno l’amore così, al buio. Senza fretta, senza più la passione in corsa. Alberto quasi nudo, lei mezza imbacuccata nella lana. Ci ha provato lui a chiedere di più, ma poi si è arreso. Sua moglie è così. Mette una specie di muro, si irrigidisce. A volte ha paura di farsi male.  Lui ha imparato ad essere delicato, lento, attento.
 Lo ha educato lei all’amore.
Quando fanno sesso hanno nella mente il ricordo dei loro anni ruggenti, il furore, l’ardore, le sperimentazioni rubate. Quelle che Alberto riusciva a strappare alla moglie pudica, dopo tante insistenze.
 Piccole grandi cose intime.
 Ora è diverso. Fanno l’amore senza urgenza. Sopita è la furia ormonale; la foga dei baci a morsi è un lontano ricordo.
 La notte è lunghissima, nessuna sveglia li tirerà giù dal letto.
Si amano con lentezza infinita, indugiando nei gesti, nelle lunghe carezze.

Sì, lo ha educato lei all’amore, ha vinto lei: è tenerezza infinita….



SOGNO D'AMORE di S. D'Alessio

Mi accarezza, lo accarezzo…ma…è peloso…oh no, è Miciatillo, che mi tira con la zampetta e mi alita un soffio pestilenziale sul viso con il suo sbadiglio.
La sveglia del telefonino cellulare, sulle note di Mika, “Any other world”, mi avverte che son già le sette! Ho capito, ho capito, è ora di alzarsi. Ma che, sognavo? Dove sono quelle morbide labbra, quel calore dolcissimo? Mah, pazienza! Sognare un sogno così non è poi tanto male come inizio di giornata. Magari porta pure bene. Vuoi vedere che metto il punto a ‘sta sfiga che mi perseguita dall’era paleozoica e incontro finalmente un tipetto giusto per me? Un tipetto poeta, cantore dell’anima, che ama la mia stessa musica, guardare le stelle, leccare il gelato, spalmare la nutella sulle fragole! Un tipetto che esulta se vede le lucciole (esistono ancora, bisogna crederci!), ama i tramonti, scrive versi solo per regalarli alle piante, parla al vento e alla pioggia, e, soprattutto, che ASCOLTA? Che dici, Musino, esisterà un diamante così?
Metto un po’ di musica, mi è venuta voglia d’iniziare la giornata con il “Sogno d’amore” di Liszt: non c’è brano più indovinato, oggi!
Mi guardo allo specchio… raccolgo la chioma con una pinza e mi calo nella vasca, mi immergo nell’acqua tiepida e schiumosa. Ahhh, che piacere! Ma perché mi lego i capelli? Non c’è cosa che adoro di più che immergere la testa… e se faccio tardi, machisseneimporta… ma che sarà mai ‘sto tempo? Il nostro padrone? Sciolgo i capelli, tappo il naso e scivolo giù nell’acqua, mi adagio completamente sul fondo della vasca. Da questa posizione si possono ascoltare i discorsi di tutti i condòmini del palazzo. Qualcuno sta litigando… Mia sorella
non se ne perderebbe nessuno. Ma a me che mi frega? Preferisco, giacché ho gli occhi chiusi, provare a ritrovare la magia di quel sogno, quegli occhi dolcissimi, quelle labbra come una giostra. E il mio lui, lo so, non avrà clessidre né orologi, e neppure meridiane.