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venerdì 10 febbraio 2017

UNA STORIA DI CARNEVALE





Il carrozzone si è appena fermato. È notte e Mangiafuoco vuole riposare. Si affaccia ma non vede granché. È un campo brullo e desolato quello in cui stazionano. Che freddo!
-          - Soldino! – tuona con voce possente chiamando il suo assistente.
-        -   Comandi, padrone! – fa il piccolo tutto spaventato. Ha riconosciuto, nella voce del padrone, quel filo di asprezza che ben conosce. Si sta per abbattere su di lui qualche sciagura. Lo sente.
-          - Ho freddo.
-         - Mi spiace messere illustrissimo.
-        -   Accendi il fuoco! Fai un bel falò, voglio scaldarmi!
-      -     E con cosa, signor commendatore egregio pregiatissimo.
 Soldino rincara la dose dei suoi epìteti per addolcire il carattere del padrone. E’ un bimbo piccolo, Soldino. Un bimbo che qualcuno un giorno ha abbandonato allo spettacolo delle marionette. Lo ha trovato lì, Mangiafuoco, su una sedia; applaudiva. Sono passati già cinque anni. Ora potrà avere sì e no 7-8 anni. È insaccato in una giacca più grande di lui; i pantaloni invece sono piccolissimi; gli lasciano scoperte due sottili caviglie. Anche Soldino ha un freddo boia; si tira su le calze di lana sfilate e bucate; si copre gli orecchi con la coppola scozzese. Alita sulle manine gelate e poi le batte tra loro: sembra quasi che il sangue non circoli.
-          - Con la legna, citrulo!
-         -  Ma non abbiamo più nemmeno un ciocco, eccellenza signor cavaliere.
-        -    Con… con… con… Arlecchino! Ecco, sì, prendi Arlecchino.
-        -   Ohhhhhh! – un brusio si leva nell’aria di neve: i burattini tremano di freddo e di paura. Riuscirà il loro amico Soldino a tirarli fuori d’impiccio?
-          - Arlecchino? Ma …. – ribatte Soldino, cercando un appiglio, una scusa per salvare il suo amico Arlecchino, cui vuole un bene infinito. Il suo compagno di giochi e di avventure… - Ma… Forse, padrone, lei non conosce la storia di Arlecchino! Fa piangere. Fa veramente piangere, sigh!
E comincia a singhiozzare.
Mangiafuoco ama le storie strappalacrime. Si tira una coperta sulla lunghissima barba e sospira:
-          - Forza, racconta. Non conosco la storia di quel demente; so solo che pensa sempre a ridere, a fare frizzi e lazzi, piroette e inchini, a litigare con Pulcinella, a fare il cascamorto con Rosaura. Ma se la storia non è come dico io, brucerò Arlecchino e ci aggiungerò pure i giornali che tieni nascosti sotto la giacca. Li ho visti, sai? Buono a nulla di un Soldino!
Dunque Soldino inizia.
-          Era tempo di Carnevale. Il lunedì prima. Arlecchino se ne stava in un angolino tutto infreddolito. Eh, sì, padrone mio, anche Arlecchino aveva freddo. Guardava il braciere spento. Che freddo in quell’umida stanzetta in cui abitava! E aveva pure fame. Era tornato da poco dall’aver fatto un giro per la città. Aveva incrociato un gruppo di burattini mascherati da bambini, intenti a provare una quadriglia. Sì, insomma, un ballo per accompagnare il corteo carnascialesco dell’indomani. Alcuni indossavano già l’abito. Due si erano mascherati da Bacco e Arianna, c’era Sileno su un asino, un gruppo di baccanti, di satiri e di ninfe.
Arlecchino li guardava a bocca aperta e occhi spalancati. È triste non potersi unire alla festa, pensava il piccino. Ma lui e la madre… erano molto poveri.
-         - Etcì – starnutisce Mangiafuoco, che ha cominciato a commuoversi.
-          Ora Arlecchino si guardava attorno, ma non possedeva nulla. Nulla da mangiare. Nulla per riscaldarsi. Nulla per vestirsi. La chiave nella toppa lo fece trasalire. Era Ellequin, sua madre, una bambola poverissima, tutta vestita di nero. Di mestiere faceva la bambola della Quaresima; per tutti era Quarantana. Lavorava solo 40 giorni all’anno; i quaranta giorni che vanno da dopo Carnevale alla Pasqua. Nel resto dell’anno si arrangiava come sartina e tessitrice. Ma era davvero assai poco il lavoro. Nel mercoledì delle Ceneri, veniva messa appesa nei vicoli con un filo da un balcone a un altro. Reggeva in mano un fuso e una conocchia e aveva sotto la gonna un’arancia o una patata, con 7 piume conficcate dentro: i cittadini ne avrebbero tolta una alla settimana, ogni domenica, per contare il tempo che li divideva dalla Pasqua. Sei piume nere e l’ultima, quella della domenica di Pasqua, bianca. Ellequin era la Quaresima: la miseria nera nera! Quella sera era stata negli Inferi, a guidare la rivolta delle bambole. Ma anche la sua attività sindacale nel regno dei morti non le dava soddisfazioni.
La bambola si abbracciò il suo figliolo per tenergli caldo. Gli dette un pezzetto di pane duro che la serva  di Pantalone le aveva donato. E lei se ne stette digiuna.
-        -   Etcì! – starnutisce ancora il burattinaio – continua, Soldino. Come finisce questa terribile storia?
-          Di colpo bussarono alla porta. Erano gli amici di scuola di Arlecchino: ognuno con un pezzetto di stoffa: <<Arlecchino, vieni con noi, è Carnevale!>>. Così Ellequin cucì insieme gli scampoli di stoffa colorati. Gli amici, con della mollica di pane fecero un magnifico cappello per Arlecchino. Il suo era il vestito più bello.  Lui  fu felice: esisteva nientepopodimeno che… la bontà!>>
Etcì etcì etcì. Mangiafuoco non la smette di starnutire…


lunedì 6 febbraio 2017

OGGI é SABATO! Una storia di streghe e di paura (Tratto da: C'era una volta - Autori Vari)





Di Sonia D’Alessio


Lei lo aveva sempre saputo, il suo destino. Effigiato in quel nome che era come una condanna. E intagliato in quello di sua madre a cui era legata a filo doppio. Diana, sua madre, non le aveva mai detto niente. Parlava poco, era una donna schiva e taciturna; i suoi veri interlocutori non erano gli umani ma, proprio come la dea dei boschi e della caccia di cui portava il nome, viveva in armonia con la natura, gli animali, le piante. E conosceva i prodigi fitoterapici.
 La gente guardava con sospetto questa donna sterile che un giorno di colpo aveva visto con una bimba al seguito.
 Tutti la sera mettevano dietro alle porte una scopa di miglio capovolta e appendevano alle finestre sacchetti di sale, per difendersi dalla janara.  Si pensava, in quel paesino dell’entroterra campano, che la janara, prima di entrare in casa, si mettesse a contare tutti gli acini di sale o tutti i rametti della scopa e nel frattempo sopraggiungesse l’alba, sua nemica, e la janara fosse costretta a ritornare nella propria abitazione.[1] Lei, Deisi, questo lo sapeva.
 Da ragazza aveva udito Mastu Ciccio raccontare che, dopo la notte del sabato, trovava sempre la sua cavalla sudata e sfinita, quasi morta, come se fosse stata cavalcata a lungo; i crini della sua criniera erano raccolti in numerose treccine: solo le janare facevano questo. Sua madre era una janara.
Da piccola era accaduto un fatto di cui tutti avevano parlato in paese: era nato un bimbo deforme e la gente aveva detto che in paese doveva esserci una janara, che si deliziava a “torcere” i bambini, facendoli piangere per il dolore e causando a volte la loro deformità. Ma poi tutti avevano esclamato all’unisono: “OGGI è SABATO!” Perché se si nominavano le janare in un discorso, si scongiurava il malaugurio con la frase «Oggi è sabato».
Pensavano, in paese, che la janara entrasse in casa come il vento. Ti accorgevi della sua visita, perché una invisibile mano gelida ti carezzava il viso!
 Era stato così che si erano conosciute. Deisi era molto piccola e questa era la sua reminiscenza più lontana. Ricordava che sua madre, la sua vera madre, un giorno aveva pronunciato una frase che pareva una formula magica: “Janara janara ca ‘e notte me piglie, te piglio po’ vraccio e te tiro ‘e capille”. Poi, rivolta alla casa di fronte, dove abitavano Diana con sua sorella Tecea, aveva aggiunto: “Vieni pe’ sale!”.[2] E il giorno dopo, la loro vicina di casa, questa donna dall’espressione acida e cattiva, si era presentata con in mano un bicchiere vuoto, chiedendo che le venisse regalato un po’ di sale: quel giorno la sua mamma naturale era morta. La piccola orfanella era stata portata in un istituto dove una psicologa l’aveva fatta disegnare. Lei aveva disegnato il suo nome anagrammato, dove le “i” erano serpenti, anzi vipere: ISIDE.
E poi un giorno la signora Diana era venuta con sua sorella Tecea per adottarla.
Era cresciuta così, Deisi. Con il destino nascosto in quel nome che ricordava Iside; prima, maga egizia; poi, dea degli inferi, compagna di Osiride, signore dell’aldilà. Era cresciuta con Diana. E con Tecea, che lei non aveva mai chiamato zia. Aveva un felice terrore di questa donna ossuta e piatta, che la gente aveva soprannominato con l’anagramma del suo nome, “Ecate”.
 Deisi sapeva che non si sfuggiva al destino di janara. Con la sua laurea in antropologia, si era fatta una scorpacciata di letture. Era rimasta colpita dalla storia di Bellezza Orsini processata dal santo uffizio di Roma nel 1540 perché insegnava, a volare:
“Unguento unguento
mandame a la noce di Benivento
supra acqua et supra ad vento
et supra ad omne maltempo
”. [3]
Quando venti impetuosi tormentavano l’appennino campano, le due sorelle – Deisi ne era certa - di notte, dopo essersi cosparse il petto e le ascelle di un unguento fatto di grasso d’avvoltoio, sangue di nottola e sangue di bambini lattanti, andavano a spiccare il volo sopra il Torrente Janara: lì il fiume che scorre crea un piccolo lago, in cui spesso si formano gorghi misteriosi che risucchiano tutto ciò che si trova in acqua; poi scompaiono. Il suo nome è “r’ wurv d’ ‘r nfiern”, cioè il “gorgo dell’inferno”, perché di lì si può discendere agli Inferi, come l’Averno.
Diana e Tecea, lanciandosi nel vuoto a cavallo di una granata, cioè una scopa costruita con saggina essiccata, nel momento del balzo, pronunciavano la frase di chi aveva loro insegnato a volare, Bellezza Orsini:
«Sott’a l’acqua, sott’a ‘r vient, sott’a la noc d’ Bnvient» [4]
Una janara – Deisi, da antropologa, lo aveva letto nei documenti dell’Inquisizione - estorceva alle sue vittime i capelli e i peli pubici, che impastava con altri elementi, come la cera, sino a formare figure che simbolizzavano l’affatturato, fantoccini che poi bruciava o trafiggeva.
Queste ed altre cose sapeva Deisi.
E quando vide zia Tecea esalare l’ultimo respiro sul letto di morte, seppe che era giunto il suo momento.
PRIMO FINALE REALISTICO:
Quella notte, di nascosto, prese, dal comodino di Diana, un unguento riposto in un vasetto di crema, si cosparse i giovani seni con cura. Si recò al Ponte Janara con la sua scopa di saggina, per spiccare il suo primo volo. Ma…
finì nel …. wurv d’ ‘r nfiern…
SECONDO FINALE FANTASTICO:
Quella notte, di nascosto, prese, dal comodino di Diana, un unguento riposto in un vasetto di crema, si cosparse i giovani seni con cura. Si recò al Ponte Janara con la sua scopa di saggina, per spiccare il suo primo volo. E …volò volò volò! Poi trascorse la notte a cavalcare la cavalla di Mastu Ciccio; quasi l’ammazzò. Prima di lasciarla, fece del crine tante treccine. Si recò poi nella camera da letto di lui, passando sotto forma di vento; gli soffocò un pochino il petto premendo forte con le mani: il contadino si rigirava nel letto, in preda all’affanno e a un senso di oppressione. Accanto, c’era la culla della piccola Irene: Diana odiava i bambini! Con le due mani le torse forte i polsi, come quando si strizza il bucato; la bimba avvertì una scossa elettrica, si svegliò, pianse. Diana scivolò come vento sotto la porta.
 Era quasi l’alba: il suo primo giorno da strega era finito. Era diventata una janara!!





[1] La scopa per il suo valore fallico, oppone il potere maschile e fertile a quello femminile e sterile della janara; i grani di sale sono portatori di vita, poiché un’antica etimologia connette sal (sale) con Salus (la dea della salute)

[2] Pare che, per scoprire l’identità della Janara, ci fosse anche uno strano rituale in uso in particolar modo nelle zone dell’alto casertano, bisognava riempire un bicchiere di sale, gettarne un pizzico in terra e pronunciare la frase “Vieni pe’ sale“, in questo modo la donna si sarebbe dovuta presentare all’indomani chiedendo, appunto, un bicchiere di sale!
[3] …Stremata dalle torture, Bellezza Orsini per evitare il rogo, si uccise in carcere, colpendosi ripetutamente la gola con un chiodo.
[4] (“Sotto l’acqua e nel vento, sotto il noce di Benevento”) Formula magica che molte donne accusate di stregoneria riferirono durante i processi

martedì 10 gennaio 2017

DOLCE CULLA




Scivolo liquida tra le tue braccia e  lenta.
Dolce culla
 il nostro incastro,
tra ninnenanne
d’amore sudato,
mentre il respiro
 esplode
e piano si placa.
Poi gli occhi
chiudiamo
su un solo guanciale,
varcando per mano
la porta dei sogni.

Il pallido filo
di luce del giorno
così ci sorprende:
tu
abbraccio
a contornare
-calda coperta-
la mia piccola fetale figura ,
il tuo mento
appisolato e stanco
nei miei capelli
di vaniglia,
sparsi ,
le nostre mani
contorte  radici
intrecciate
sul mio ombelico.

Le bocche
atteggiate
a un sorriso…






Sonia D’Alessio



TIENIMI PER MANO

Tienimi per mano
Quando il giorno cede il passo alla sera
Quando il cielo si veste di rosso
E le stelle sono lucciole nel blu
Tieni stretta questa mano
Perchè non senta il freddo della vita
Che cambia.
Tieni la mia mano
Per condurmi
Dove la ragione è sopita 
per far posto al sentire del cuore.

Riscalda la mia mano nella tua
Per dirmi che non sono sola
colorare il mio perimetro d'amore
insegnarmi i tuoi movimenti di gioia...
(Sonia D'Alessio)

mercoledì 21 dicembre 2016


di Sonia D'Alessio


Il salone era enorme, con una grande vetrata che rifletteva le luci serali in lontananza. L’altezza, vertiginosa: un quinto piano, da cui ammirare il Vesuvio che si stagliava nel cielo dipinto di blu. Noi eravamo mingherline. Così piccole che gli occhi sparavano uno sguardo gigante sul visino. Il nostro albero di Natale, mastodontico; con palline di tanti colori, luci intermittenti e un puntale altissimo. Sul marmo della lunga console, c’era la piramide di struffoli, i cestini con la frutta secca, l’insalata di rinforzo. 

- Sara, Annalisa, andiamo a cantare! 

- Sììììì! 

E così, sedute sul pavimento gelido di quel grande meraviglioso salone, iniziavamo a cantare al buio, illuminate solo dalla luce intermittente dell’albero, un lungo mix di brani di Natale. Li sapevamo tutti. Che atmosfera!! Che bel clima familiare! 

Mamma era in cucina, alle prese con capitone e anguille. Se li era fatti sfuggire come ogni anno, per l’allegria di noi bambine che li avevamo visti scivolare via dal lavello. Poi li aveva riacciuffati per il corridoio e ora li aveva fatti a pezzettoni e messi infarinati nella grande zuppiera; li guardava stremata dalla fatica, con ancora in mano, tutto sporco di sangue, lo straccio di cui si era servita per mantenerli fermi. 

Il culetto si era fatto freddo a star sedute sotto all’albero a cantare. E ci era venuta la curiosità di sbirciare tra i regali e di tastarli, giocando a indovinare. 

Ce n’erano una miriade. Non erano tutti regali veri, molti erano scherzi. Un anno ne contammo, ricordo, 110! C’erano anche vignette satiriche con le nostre foto ritagliate e i baloon. Erano avvolte come pergamene, le avremmo aperte insieme ai doni, dopo il lunghissimo cenone del 24. E avremmo riso a crepapelle! Nei giorni precedenti il Natale si costruivano scherzi, si preparavano drammatizzazioni-sfottò da videoregistrare, si incartavano le cose più assurde. Un anno avevo tastato sotto l’albero i miei regali, erano un po’ troppi. All’apertura poi avrei scoperto che quei disgraziati dei miei fratelli e sorelle avevano incartato oggetti già miei, trafugandoli dai miei cassetti! Ricordo quel regalone enorme che mi aveva tanto incuriosita e tenuta sulle spine: avrei poi ahimè scoperto che i fetentoni mi avevano incartato il pacco intero di carta igienica da 12 rotoli! E ricordo ancora quando spacchettai il mio primo reggiseno, taglia 1: avvampai di vergogna al solo vederlo, credevo non si fosse accorto ancora nessuno di quei due “bottoncini” che mi erano appena spuntati! 

Far parte di una famiglia numerosa è questo. I ricordi sono trecce di pane caldo… 

E ora, vi giuro, avrei tantissima voglia di incollare il naso dietro a quei vetri e ammirare il panorama meraviglioso di quella magica casa al quinto piano al centro di Sarno!

domenica 18 dicembre 2016

Il Book trailer di Cuore2.0 - clicca sul link per vedere il video

https://www.youtube.com/watch?v=qVv_MkWGGcI




TI VOGLIO BENE



Avete 26 e 25 anni. se penso a questi anni trascorsi insieme mi accorgo di quanto mi abbiate arricchita: rivedo il mio pancione, il tallone di Isabella che si muoveva, lo si vedeva a fior di pelle e faceva ridere tutti, e capisco che è come se quel pancione fosse rimasto per sempre pieno: la maternità è qualcosa che ti nutre per sempre, è emozione, ricordi magici, respiro di gratitudine verso la vita, è il pezzo più importante della tua storia. Mi rivedo a cantarvi la ninna, il capezzolo in bocca, quel grondare assurdo di latte a fontana, …a cucirvi i vestitini di carnevale, a prepararvi megafeste di compleanno con le mie torte meravigliose, rivedo le lunghe vacanze al mare a Diamante, i vostri apprendimenti: la letto-scrittura, il nuoto, il pianoforte. Isotta com’era emozionante vederti in piscina, o imparare l’uncinetto con la tua professoressa Anna! Quando penso che ci sono persone che i loro ultimi venti anni non li hanno riempiti con nulla d’importante, nulla che resti davvero, che disseti l’anima, un filo di arianna per avere sempre una bussola, l'orientamento… capisco quale sia il senso della vita. E se poi penso che mentre facevo la mamma mi nutrivo pure d’altro, allora pure oggi – come faccio ogni giorno- voglio ringraziare il cielo. I miei interessi culturali, la mia mente vivace e curiosa, un lavoro che amo e che mi ha dato la possibilità di essere indipendente a 22 anni nel mio paese, in questo paese!!, sono doni. Non sono figlia di ricchi professionisti, vengo da una famiglia numerosa e abbastanza povera, ho perso i genitori, abito in un paese che ti pone molti ostacoli: non ho avuto facilitazioni!! E ancora oggi mi è così difficile trovare persone con cui uscire, avere un dialogo mentale arricchente, condividere qualcosa, avere dove andare… qui non c’è niente. E allora meno male che ho un mondo interiore invece ricchissimo, profondo, fatto di ricordi preziosi filtrati da una fanciullina pascoliana. Meno male che ho imparato a perdonare, in primis me stessa.
“Ho capito che si possono curare le ferite solo quando hai il coraggio di perdonarti, di comprendere la natura fragile e complicata degli esseri umani. Ho aspettato tutta la vita di sentir dire “Ti voglio bene” dalla mia stessa voce, dal mio cuore a me, per comprendere finalmente che non possiamo ricevere amore dagli altri se non ne abbiamo prima ricevuto da noi stessi. Ho appreso che il dolore per la perdita di una persona cara ci pone impietosamente di fronte a noi stessi: tracci il bilancio della tua vita e vai alla riscoperta dei valori essenziali che ne sono guida. Ora so che dobbiamo scavare nel dolore con coraggio per superare le pungenti spine della mente” (dal mio romanzo LASCIA CHE SIA). Grazie, vita!

IL CORPO E LA MENTE

LET IT BE...nulla da cambiare, nessuna guerra da combattere, nessun passato sulle spalle. Non opporre resistenza allo svolgersi degli avvenimenti. Opporre resistenza svuota di energie, prosciuga l'anima, non serve. Fluisci insieme al cambiamento in armonia. Accetta. Amati come sei. Impara a lasciare andare. Vivi il solo ora, solo qui.
Sì, vivi!!

Pizzicalaluna , alias Antoine de Sant-Exupery, ci lascia un'opera immortale: Il piccolo principe













di Sonia D'Alessio

”Il piccolo principe” è un racconto che invita a riflettere, risveglia la mente e il cuore assopiti, specie se lo si legge insieme grandi e piccini. 

Quella di Saint.Exupery è un’opera da leggere e rileggere, da scandagliare come un sub che esplora i fondali marini e ogni volta vi scopre nuove e infinite ricchezze. E’ un’opera senza tempo e per tutte le età, un capolavoro di poesia e di saggezza. 

Nello snodarsi di tante parabole, sono molte le tematiche che il testo propone: la ricchezza (L’uomo d’ affari), l’illusione del potere (il Re), la vanità (il Vanitoso), la viltà (L’ubriacone), gli affetti (la Volpe), la morte corporale (“…sarà una vecchia scorza abbandonata. Non sono tristi le vecchie scorze.”). Le tante facce del prisma della vita. E forse il senso di vivere sta nel godersi le cose più semplici. Ma perché, dobbiamo per forza “riempire” il tempo, magari inseguendo chimere…: la ricchezza, la bellezza, i vizi? Il piccolo principe ci insegna che a chi mantiene intatta la capacità di emozionarsi, quel mondo incontaminato dell’infanzia, può bastare anche solo godersi un tramonto in solitudine. Ma il senso della vita è forse soprattutto nel prendersi cura di chi è più fragile (la Rosa), è nel coltivare i rapporti affettivi (la Volpe), è nel guardare alle cose con l’immaginazione e il cuore: “L’essenziale è invisibile agli occhi…non si vede che col cuore” dirà la volpe. E allora: “Tutte le stelle saranno dei pozzi con una carrucola arrugginita. Tutte le stelle mi verseranno da bere…Tu avrai cinquecento milioni di sonagli, io avrò cinquecento milioni di fontane…” 

Il piccolo principe è la divina poesia che è in ognuno di noi. Attenzione dunque ai baobab: le cose mastodontiche possono cancellare la preziosità di quelle semplici, come il nostro piccolo mondo. Ma forse i baobab rappresentano soprattutto il pericolo di “crescere” irrimediabilmente, l’età adulta capace di spegnere la visione poetica del mondo….chissà… E’ bene che ci rifletta ancora un po’, magari una nuova lettura dell’opera di Pizzicalaluna – questo il soprannome dell’autore per il suo naso che puntava verso l’alto – potrà aprire nuove porte al mio pensare, al mio riflettere, al mio arricchirmi. 

Grazie, piccolo principe.

UNA STORIA DI NATALE (Dal mio romanzo-blog CUORE2.0 ed. Medusa)

Il signor Marvin si era alzato molto presto quel giorno, giacché doveva finire gli ultimi lavori e consegnarli prima del cenone di Natale. Era un ciabattino, Auguste Marvin. Viveva in un piccolo sobborgo londinese dove aveva un’unica stanzetta: casa e bottega. Più che di una casetta si trattava di una cantina sottoposta al livello della strada. I muri così umidi, coperti di muffe verdi. L’intonaco scrostato in molti punti, tanto che potevi intravedere i mattoni. Nell’aria, un pungente odore di colla, di cromatine, di pellami. Un odore che ti manteneva sveglio ma intontito.
Non era la vigilia di Natale per Marvin. Era un giorno qualsiasi. Niente cenone, niente riunioni familiari né pacchetti-regalo né passeggiate tra i negozi. Era un giorno lavorativo e basta. Eppure quella mattina c’era anche odore di Natale. Si spandeva mite per i vicoli, insieme alle note di una fisarmonica che qualcuno suonava. Ogni tanto il calzolaio sentiva persino il rumore di una moneta lanciata da qualche passante in segno di gradimento. Dalla finestrella a lume ingrediente, poteva riconoscere il Natale dal passo della gente: andavano tutti di corsa. Un corteo di scarpe. E il ciabattino le conosceva tutte: il farmacista era appena passato, con i suoi mezzi stivaletti di lucido nero. Marvin glieli aveva riparati già due volte. La portiera del palazzo di fronte, signora Rosa, aveva attraversato la strada con le sue ballerine larghe come barche e il cane volpino al guinzaglio. L’orologiaio del vicolo di fronte, il signor Hellington, camminava strascicando il passo, con le polacchine di camoscio color cammello. Tutti  correvano carichi di pacchetti.
Dalla finestrella Marvin poteva vedere pure due bidoni della mondezza. Il professor Land era andato già tre volte vicino alle due pattumiere: fingeva di buttare qualcosa ma ormai erano mesi, da quando sua moglie aveva voluto il divorzio, che lui cercava oggetti nei rifiuti.
Marvin tossì. L’aria umida non gli faceva di certo bene.
Guardò il suo albero in un angolo: glielo aveva portato la sera innanzi un certo signor Wolfe. Doveva essere polacco, dai tratti somatici. O giù di lì. Gli occhi immobili di un celeste freddo, la barba puntinata di grigio, un cappello di lana fin su alle sopracciglia, i piedi scalzi coperti con due buste di plastica. Aveva mostrato un biglietto, con su scritto con grafia elementare: “Sono muto. Non ho soldi. Possiedo però un abete bellissimo. Permettetemi di pagare con quello…”
Anche senza soldi, Marvin lo avrebbe accontentato, era un brav’uomo. Si trattava di rifare le suole a  un paio di stivali di cuoio rosso, completamente bucati sotto la pianta e senza tacco.
“Io me li ricordo questi cosi” aveva detto tra sé il ciabattino, osservandoli. “Li ho visti accanto al cassonetto dell’immondizia, ieri!”
Avevano un’aria così vissuta! Li aveva presi in consegna e non aveva detto nulla. Il polacco era ritornato dopo un’ora con un abete di media grandezza, tutto spennacchiato. Anche quello Marvin aveva riconosciuto: lo aveva visto la sera prima nel punto-rifiuti.  Il ciabattino aveva passato tutta la serata ad addobbarlo appendendoci scarpe: tutto ciò che possedeva.
Ora non era solo, aveva un albero bellissimo a fargli compagnia. Con scarpette che ciondolavano dai lacci annodati ai rami.
Il Nostro passò tutta la mattinata a lavorare agli stivali rossi; poi, finita l’opera, si stese su un piccolo pagliericcio a riposare e a cercare di calmare la fame.
Nel primo pomeriggio, arrivò il muto a ritirare gli stivali. Si tolse le buste di plastica che aveva, scoprendo due piedi infestati di piaghe e geloni. Si provò gli stivali. Sorrise con orgoglio: perfetti! Stese la mano al calzolaio, in segno di ringraziamento, e uscì in strada.
Marvin l‘osservò dalla finestrella. Camminava timidamente sotto il muro. Poi fu colpito dalla visione di due bambini che frugavano tra l’immondizia. Quello piccolo, vestito assai malamente, aveva trovato una scatoletta di pesce aperta: la leccò affamato. Ma non conteneva più nulla, era solo sporca di tonno. L’altro, assai lungo e con i capelli rossi, trovò una coscia di coniglio morsicata.
Marvin si ricordò che pure lui non aveva ancora toccato cibo. Sentiva un certo languorino allo stomaco. Così, allontanatisi i fanciulli, uscì alla chetichella e raggiunse i due bidoni dell’immondizia, situati proprio di fronte alla sua bottega. Frugò, non c’era proprio nulla. Poi fu colpito da una pallina di Natale, rotta. Era rossa, con uno smile disegnato in una espressione di tristezza. Marvin cominciò a frugare con maggior entusiasmo: avrebbe trovato il pezzo mancante e lo avrebbe incollato. E infatti la cosa andò così. E la pallina riparata fu appesa all’albero, insieme alle scarpe.

Era la notte del Bambinello e nel castello di Mago Merlino erano stati invitati tutti i maghi e le fate che esistono, per una tavola rotonda sul tema della povertà. Merlino aveva un progetto da presentare ai colleghi. Aveva invitato anche Babbo Natale e la Befana, iscritti pure loro all’albo mondiale dei maghi, da quando di recente era stata data loro la laurea ad honorem in scienze occulte e sortilegi.
<<Propongo di donare un po’ di polvere fatata o un tocco di bacchetta o di versare qualche filtro magico su tutti i cumuli d’immondizia delle grandi città. Per un giorno ci priveremo dei nostri poteri magici per trasferirli alle discariche, unico luogo frequentato dai poveri. Voglio che il giorno di Natale sia memorabile specialmente per gli amici meno fortunati.>>
 L’idea era piaciuta a tutti, tranne che a Peretilla, nipote di primo grado della Befana, in quanto figlia di sua sorella Afàna, neolaureata in ingegneria del maleficio e del malocchio, ma ancora sprovvista dell’abilitazione alla professione malense. Peretilla, doveva il suo nome al rumore simile a una scorreggia che faceva la sua scopa volante quando entrava in azione. Merito di suo cugino Malù, che le aveva truccato il motore, utilizzando pezzi di un noto aspirapolvere e pulisci-materasso tedesco. <<Non se ne parla proprio>> aveva squittito  la ragazza. <<Attendo l’abilitazione proprio per oggi. Ho superato il concorso per titoli ed esami; sono stata per anni in graduatoria a fare la precaria con mille piccole supplenzine, e ora che finalmente mi si darà la patente per la navigazione aerea su scopa volante, ora che mi si attiveranno i poteri… dovrei trasferirli ai rifiuti? Non intendo cominciare la mia carriera regalando i mezzi magici agli straccioni! Ho altre ambizioni per il mio futuro!>>
E così aveva abbandonato la seduta, dietro lo stupore generale.

Manca poco alla mezzanotte, dieci minuti. Marvin è andato a dormire digiuno, ma non riesce a prender sonno dalla fame. Di colpo, si leva dal letto, ha sentito una musica bellissima. Mette la sedia sotto la finestrella e ci sale per vedere meglio la strada. È il polacco muto: sta ballando sui suoi stivali ballerini una polka scatenata: sono stivali magici. Non sembra timido né muto né povero. Ma solo un ballerino felice, circondato da spettatori. I suoi abiti d’argento scintillano sotto la luna.
C’è il bimbo di colore che osserva il balletto: regge in braccio un magnifico coniglio bianco come se fosse suo figlio. L’altro invece gusta pesce da una enorme scatola di latta che potrebbe sfamare un esercito, dato che il cibo non finisce mai, ma ricresce all’istante.
Cinque minuti alla mezzanotte. Di colpo, nel cielo sfreccia una scopa spernacchiante. Peretilla, urlando come un’ossessa, lascia cadere sulla strada polvere di carbon di zucchero nero. Il ballerino perde il baricentro e casca. Il coniglio ridiventa una coscetta morsicata, la scatola di latta si rimpicciolisce e ritorna vuota...
Ma Merlino è giunto, a bordo della scopa volante insieme alla Befana. Tre minuti alla mezzanotte.
Sulla slitta di Babbo Natale, trainata dalle renne, ci sono pure la fata Smemorina, Maga Magò, la Fata Turchina.
Dal cielo cade una polvere  fatata. È una nevicata d’oro e d’argento. La mezzanotte suona, ma non è Natale. Non ancora. Il Bambinello attende per nascere.
Merlino punta il dito, da cui parte un potentissimo fulmine: Peretilla viene risucchiata finendo imprigionata nella pallina di cristallo rossa.
Marvin si volta a guardare il suo albero: le scarpe si sono trasformate in salami, formaggi, torroni e cioccolate. La pallina ha allargato la bocca in una faccina di sorriso. Fuori, il muto ha ripreso a ballare la polka.
È Natale.  Mezzanotte e un minuto: Gesù è nato ora!




CASA D’ALESSIO: IL TEATRINO NATALIZIO CHE FU


"Chella ca guarda ‘nterra!” allucca Don Peppino, ca port ‘o cartellone.


“Allora è sei!” le fa a copp a’ mana Nunziatina, appontanno ‘no fasule ‘ncopp ‘a cartella.


“Terno! Terno!”: a Zibacchiell nisciune a rrepar, ha schizzat comme a n’anguilla, ‘a pupatella!


“Aèè, guaglionce’ già hai accumminciate cu ‘nu sirice tant!”


“Ma l’hai chiammat ‘o 34? Cà s’hanno spostat tutt ’e fasule!” s’allammenta zia Gloria.


“E tu tiene ‘u ninnill mbraccia! Chillo tene ‘a manella ‘e ‘nu riavolo!”


“Marò, guagliù, se sent ancora addore ro’ capitone fritto e ro’ baccalà pe’ tutta ‘a casa!” mormolea cacchirune.


“Azz… e ra’ menesta ‘e Natale, no?”


“Zitt! Jamm appriess, no’ facite tutto ‘stu burdello, je nun ce capisco niente”


“E spilete ‘e recchie”


Don Peppino: “No’ vi distraete, asciute ‘a guallera”


“40!”


“Ma possibbile ca je nun aggio mise manco nu nummero?” chiagne e s’allamenta Soniuccia. “M’avite dat ‘e cartelle sfurtunate. Aropp voglio chelle addò sta scritt ‘Niculino’, chelle vecchie e cunzumate”


“Guagliù ‘a mano è libbera. Trenta!” fa don Peppino.


“…e palle do’ tenente!”


“M’aggia fa’ ‘na rattata, ca nun aggio mise manco ‘nu nummero” allucca Niculino. “Avuot ‘sto panaro!”


“Chest è ‘a man e chist è u culo do’ panaro….Vintune, ‘a femmena annura!”


“Quaterna” se ne esce toma toma zia Rita.


“Avilloca, zitta zitta ha mpizzat tutte ‘e nummer!”


“Tiè, so’ triciento lire”


“Accussì poco?”


“ e che vuo’! Avite vulut fa’ vint lire a cartella, ‘sti pirucchiuse!”


Don Peppino se sose: “Aggio fa’ nu giro attuorno a seggia, pe’ cagnà ‘a furtuna” e se mette a girà.


“Piccolì, puort duie struffol, ca portano furtuna, jamm già pe’ quintina”


Piccolina nun so fa dicere doie vote. A vide e purtà ‘na guantiera ‘e struffole a cuppolone.


“Facite spazio ‘ncoppa ‘a tavola!”


Quant’è bella e sorridente ‘a patrona ‘e casa! ‘o marito se mett a cantà ‘a canzona do’ capitone: “Primme ‘e tutto nun saccio si o sapite ma muglierema è nu muorzo sapurite…. E si vedite che mmuina, che fracasso e che rivuoto, â succies ‘a rivoluzzìone tutt pe’ mezzo ro’ capitone!”


‘A tavulata ride e canta. E mane arrobbano i struffoli e pe’ tramente don Peppino allucca: “Guagliù ‘a mano è libbera! È asciuto ‘Onna Pereta fore ‘o balcone, 43! ‘O cantero, vintisette! Comme ‘o vuot e comme ‘o gir, sissantanove! Sissantotto, ‘a zuppa cotta!”


“Basta a me!” fa Norma.


“Ih chi culo!” mormolea ‘ntussecat Niculino, ca nun vo’ mai perdere.


“Jamm pe’ tombola, mo vaco veloce” dice don Peppino. “L’omme ‘e merda, Sittantuno. Ottantacinque, ll’aneme ‘o priatorio. Ottantadoie, ‘a tavula ‘mbandita.”


“Tombolaaaaaa!” allucca Saretta, a cchiù piccerella.


“Che mazzo scassato!”


“E mo jocamm a sette e mezzo e po’ a rubamazzetto, e po’ Soniuccia ce recita ‘a livella!”

23 novembre 1980 (da LASCIA CHE SIA di Sonia D'Alessio, capitolo X)


LA CATASTROFE

Era ormai Autunno. Le 19,34 di una domenica del 23 Novembre 1980. Ero in piazza Marconi con gli amici, quando di colpo sentimmo un boato gigantesco, il rumore di oggetti che si rompevano. E la terra si aprì. Vidi il palazzo dell’Americano, quello che ancora si affaccia sulla piazza, ballare avanti e indietro, oscillando come un ubriaco. Mi parve un tempo interminabile. Novanta  secondi, seppi dopo. Due scosse del nono grado della scala Mercalli avevano colpito Campania e  Basilicata. Oltre 2.914 morti, 8.848 feriti, 280.000 senza tetto. Furono cancellate più di 77mila costruzioni... interi paesi scomparvero in pochi istanti.
Le tre province maggiormente sinistrate furono quelle di Avellino, Salerno e Potenza. Eventi così, scrissero poi i giornali, secondo l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, si succedono nel tempo con frequenza di circa 2000 anni.
La gente correva terrorizzata. Piangeva, urlava, cadeva. Mi ritrovai a correre anch’io nelle villette vecchie, che non avevano ai bordi palazzi alti e dove, perciò, ci sentivamo più al sicuro.

Pensai alla mia famiglia: erano morti? Corsi a casa, ora che la terra finalmente si era fermata. I miei fratelli, sorelle,  genitori  erano vivi. Li riabbracciai. Raccattammo qualche coperta. Mia madre prese oro, soldi, documenti. Io, una radiolina. Fuggimmo. Continue scosse si susseguirono per tutta la notte. Dormimmo nella Fiat 127 bianca di papà, parcheggiata in uno spiazzo. Che gelo! Di colpo, faceva freddo. Un freddo da intirizzire le ossa. Al mattino, mia madre tornò a casa a prendere il latte in frigo per i suoi figli.
La gente trascorreva le ore a piangere, non si avevano notizie certe sull’entità del disastro, i collegamenti erano interrotti.
Trascorremmo la seconda notte in un casolare in aperta campagna. Per stare tutti uniti! Nascevano storie di solidarietà: un contadino, a noi sconosciuto, ospitò tanta gente. Ricordo che mangiammo patate arrostite nel camino.
(...)

Era il 25 novembre, mi recai al giornale. L'allora Capo dello Stato Sandro Pertini, nonostante il parere contrario del presidente del Consiglio Forlani e altri ministri e consiglieri, era accorso in elicottero sui luoghi della tragedia.
“Di ritorno dall'Irpinia, il presidente, rivolgendosi agli italiani a mezzo Tv, denuncia con forza il ritardo e le inadempienze dei soccorsi” scrissi sul mio giornale. I soccorsi  sarebbero arrivati in tutte le zone colpite solo dopo cinque giorni
A Sarno,  per fortuna, non c’erano stati morti ma le scosse di assestamento continuavano e qualsiasi edificio poteva cedere, giacché tutti erano stati danneggiati.
Gli sfollati si erano accampati nelle palestre e nelle scuole. Molti avevano crisi di panico.
Io e la mia famiglia, a parte la paura iniziale che ci aveva visti fuggire e ripararci insieme agli altri nei casolari i primi due giorni, potemmo fare ritorno alla masseria, che era un luogo tutto sommato abbastanza sicuro.
Io lavoravo di lena.
 La Campania sembrava un paese in guerra. Le ruspe scavavano tra le macerie, gli elicotteri sorvolavano di continuo i paesi distrutti, i militari con cani addestrati setacciavano i luoghi dei crolli. E poi c’erano tanti, ma tanti volontari giunti da ogni parte del mondo.
 Ma pure gli sciacalli.
Anche la masseria della mia famiglia  era stata setacciata da cima a fondo da questi approfittatori, mentre noi eravamo ospiti a Roma, da una zia. Il corredo delle mie sorelle Filomena e Concettina, nella cassapanca in legno di noce, non c’era più. Sparite le collezioni di monete e francobolli di mio fratello Tonino. I ladri si intrufolavano nelle case disastrate per rubare ogni sorta di cosa.
Molti paesi avevano mandato sia soldi per la ricostruzione, sia unità militari e personale specializzato. Erano arrivati i container per i senzatetto. Supponevo che Maya abitasse  in uno di questi, perché la sua casa era assai disastrata. Ma di lei avevo perso ormai ogni traccia.
Ritornai al bar di Roberta, deciso ad avere sue notizie: il locale era abbandonato perché inagibile. Era impressionante vedere come i movimenti ondulatori e sussultori del terremoto avessero impresso la loro forma al marciapiede, che ora appariva a forma di onda: tanto che la saracinesca non poteva più chiudersi.

La mia famiglia era ritornata a casa, nella masseria di Lavorate. Io c’ero poco. Ormai abitavo, si può dire, al giornale.
(...)
In quei giorni si cominciò a parlare di speculazione sulla tragedia,  iniziarono  inchieste della magistratura, si coniarono nuovi vocaboli: Irpiniagate, Terremotopoli, per raccontare il terremoto infinito. Il numero dei comuni colpiti fu enormemente esteso per trasformare il disastro in un colossale affare gestito da fameliche congreghe di politici e malavita. Alle aree colpite venivano destinati numerosi contributi pubblici (stime del 2000 parlano di 5.640 miliardi di lire nel corso degli anni), e i ras locali erano fortemente interessati a far sì che i territori amministrati venissero inclusi in quest'area. Crescevano la corruzione, le inchieste, gli scandali. E il lavoro di noi giornalisti. Fu allora che decisi di scrivere  il mio primo libro. Ormai ne sapevo abbastanza per mettere mano ad un dossier sul post terremoto.
 La ricostruzione poi è finita com’è finita. Nonostante l'ingente quantità di denaro pubblico versato, è stata per decenni l’eterna incompiuta. Proprio come l’ultima sinfonia di Schubert. L’inchiesta “Mani sul terremoto”  vide implicate  centinaia di persone. Sul coinvolgimento di politici, tecnici e amministratori, si levarono numerose denunce e furono  promosse numerose inchieste che  portarono ad arresti clamorosi.






La funzione del gioco

Quanti giochi ricordano i nostri nonni? Intervistati, ci hanno fatto un lungo elenco: 'a mamma a zompà 'ncuollo, 'a mazza e u pivezo, 'a strascia, 'o spaccastrummolo, 'u singo a bbarracca, 'o cappottone, 'a tappa, a bbotamano e abbotancielo, 'o carritiello, t'alliscio e te foco, eccetera. Beh, molti di questi sono stati purtroppo dimenticati, altri sono giunti sino a noi in forme nuove, evolvendosi di pari passo coi tempi e le condizioni economiche. Ciò che invece non è mutata è la funzione del gioco; quest’ultimo rappresenta l’ occasione di rapportarsi con gli altri, dominarsi, imparare a conoscere il proprio carattere, organizzarsi in gruppi. Nel linguaggio corrente la parola "gioco" indica un'attività gratuita, più o meno fittizia, che procura un piacere di tipo particolare. “L'uomo è pienamente tale solo quando gioca”, dice Schiller, perché si ritrova e si conosce: giocando, infatti, ogni individuo ha la possibilità di scaricare la propria istintualità ed emotività. Il gioco è innanzitutto esercizio: pensate al bimbo di pochi mesi che afferra e poi lascia cadere un giocattolo. Egli compie un esercizio: fa lavorare il braccio, l’occhio, l’orecchio, calcola le distanze, (e intanto con la lallazione si esercita pure a parlare!). Il gioco serve anche a consumare energie e scaricare l’aggressività; pensate al gioco della lotta, tanto amato dai maschietti! Il gioco è inoltre conoscenza quando si fanno calcoli, si ragiona, si risolvono problemi. E’ imitazione: pensate al gioco dei mestieri. Infine è fantasia. Ma se giocare è una tendenza innata, le modalità invece variano in base a esperienze culturali, sociali e ambientali. Ad esempio, nell’odierna società industriale più che i giochi sociali prevalgono i giocattoli, che sono di serie, realizzati in plastica, sonori ed elettronici. Ma soprattutto sono quasi sempre i genitori a sceglierli, nella prospettiva di introdurre il bambino nel ruolo sociale che rivestirà da grande. E’ venuto un po’ a mancare il gusto della creazione, della scoperta, dell’invenzione. Il fanciullo è oggi, nella maggior parte dei casi, un semplice proprietario di giochi. L’attività ludica dunque svolge una funzione strutturante dell’intera personalità perché favorisce lo sviluppo affettivo, cognitivo e sociale. Perciò deve coinvolgere in prima persona sia i genitori che gli educatori. Essi devono trovare il tempo da dedicare al gioco per dare ai ragazzi l'opportunità di misurare e sviluppare le proprie risorse e le proprie potenzialità e perché è stato dimostrato che la capacità di giocare da parte degli educatori con i fanciulli garantisce a questi ultimi anche una sensazione di benessere psichico. E' necessario perciò garantire e restituire ai bambini il tempo e lo spazio per dare libero sfogo a tutte le loro pulsioni interne e assicurare loro una certa complicità, senza svestirsi del ruolo di guide. E dunque l’attività ludica deve coinvolgere anche gli enti territoriali che si devono attivare per predisporre spazi idonei all’intrattenimento e al gioco. Oggi a livello internazionale viene affermato il diritto al gioco del bambino perchè bisogno prevalente e vitale di ordine fisiologico, psichico, spirituale e sociale. Ci auguriamo perciò che tutto questo interesse verso le esigenze del mondo dell’infanzia trovi come corrispettivo anche un adeguato e pratico impegno sociale e politico nella creazione di spazi e di infrastrutture sempre più rispondenti alle richieste ludiche dei bambini

lunedì 4 gennaio 2016

PARAVISE NAPULITANE



(Con: Titina De Filippo, Pino Daniele, Massimo Troisi, Peppino e Eduardo De Filippo, Totò) di Sonia D'Alessio


- TITINA - Pinù, oggi è ‘Ppifania, una giornata importante. T’agg purtat no mastacciuolo e ‘na tazzulella ‘e cafè. L’ha fatto Pupella. Si è allontanata un poco dal presebbio visto che il capo dorme, quell'è scontroso mio fratello quando si tratta del presepe. Pupella ha ditto ca ‘na tazzulella e' cafè acconcia a vocca … l’ha detto cantando…lo dici pure tu in quella bella canzone.
- PINO D. - Grazie, Titi’. Ma pecchè, pure ccà facite o cafè?!
- MASSIMUCCIO - E se capisce!
- TITINA- We, Massimù, tiè, pure a tte!
- MASSIMO T. -Ti ringrazio. Azz e comme coce! Questo è un caffè con le 3 C!
- PEPPINO - Mio fratello Eduardo dorme ancora: e chi ce lo dice che oggi è ‘Pifania, il presepe si smonta?
- TOTò -E quello non lo vuole smontare, perciò dorme e non si sceta – ( entrando)
- EDUARDO - No, il presepe non si smonta! – ( Eduardo, sopraggiunto in pigiama. Capelli arruffati, occhietto che ti buca con lo sguardo) – Vi ho sentiti. Non si smonta, hê capito? –
- PEPPINO - Ho capito, ho capito. Ma tu quest’anno hai fatto il presepe vivente… cioè no…come definirlo… morente? Sì, insomma, c’ê miso quelle povere anime appena salite dal Purgatorio.
- EDUARDO - Devono fare la gavetta!
- PEPPINO - Sì, ma Renato Carosone a ffà ‘o zampugnaro! Che poi non suona la zampogna.
- EDUARDO - Shhhh! Non mi innervosire, se no litighiamo di nuovo. Deve suonare la zampogna.
- PEPPINO - Ma n’a sape sunà. Quello pianista è. E poi…. Pupella a fa ‘a Maronna pure oggi che deve fare la pastiera di grano.
- TOTò - Ah no, ‘a pastiera non me la dovete toccare. E quella come la fa Pupella è una bontà!
- PINO D. - Ah..pecchè..pure a‘ pastiera facite ccà?!
- MASSIMUCCIO - E se capisce ….
- TOTò – E ce lo mette, ce lo mette il millefiori?
- MASSIMUCCIO - L’altr’anno ci ha messo il fior d’arancio. Ma non è la stessa cosa.
- PEPPINO – Ce lo mette, ce lo mette.
- TOTò - E il cedro candito con le scorzette d’arancia?
- EDUARDO - Vabbuò, ho capito, oggi le do mezza giornata libera. Alla pastiera della prima epifania non possiamo rinunciare.
- PEPPINO - La devi dare, mezza giornata, pure a San Giuseppe, all’attore: hai messo Luciano, solo perché teneva la barba. Ma si può mettere un tenore a fare San Giuseppe? Quello appena sente la musica dello zampognaro Carosone, attacca a cantare con degli acuti che arrivano fino all’altro mondo. Non se ne può più, credimi. S’appara con il re magio che porta l’oro, quel Mango venuto da poco, che pare il venditore ambulante dell’Oro, oroo, orooo. E Chill’atu re Ernesto, che sta posizionato sulla scala sotto la grotta e fa tutta ‘na litania… scalinatella longa longa strettulella strettulella
- EDUARDO – Il San Giuseppe mio, non si tocca, piace pure al vero San Giuseppe. Guarda ccà:quello (con l’indice fa cenno in alto) mi ha mandato San Pietro con la lista dei brani che vuole sentire! ‘0 zampugnaro nnammurato, duie paravise, con te partirò, nessun dorma…
- PEPPINO - Eh, domenica IN!
- EDUARDO - Comunque, il regista qui sono io! Non mi innervosire, Peppì.
- PEPPINO – è nervosetto ‘o signurino!
- TOTò – Calma…., Edua’ tu non ti devi pigliare sul serio. 'A morte 'o ssaje ched''e?... è una livella…. 'Nu rre, 'nu maggistrato, 'nu grand'ommo, trasenno stu canciello ha fatt'o punto c'ha perzo tutto, 'a vita e pure 'o nomme..
- PEPPINO – (gli mette la mano sulla bocca) Per non parlare del BAMBINELLO!
- MASSIMUCCIO – Eh, fa pure rima
- EDUARDO – Pecchè, Lucietto Dalla te facesse schifo?
- PEPPINO – Non ho detto questo, lui stesso in una canzone diceva che lo chiamavano Gesù Bambino, non è questo ma ….
- MASSIMUCCIO - È troppo piluso!
- PEPPINO – Hê visto? L’ha detto lui… ‘na culletta piena di peli invece che paglia
- EDUARDO – Il Bambinello è provvisorio. Quando sarà, arriverà quello deciso dal regista, il capo, che sarei io.
- TOTò – Troppo sul serio ti pigli. 'A morte 'o ssaje ched''e?... è una livella… (Massimo gli mette la mano sulla bocca)
- MASSIMUCCIO – E chi è? Chi avresti deciso come Bambinello?
- PINO D. – Qualcuno di …. Là?
- EDUARDO – E.. non si può dire.
(tutti schizzano dalla sedia, fioccano le scommesse)
- TITINA – Eh sempre il vizio delle scommesse!
- PINO D. – Ah, qua pure le scommesse! Tutto tale e quale.
- MASSIMUCCIO - Guagliù, calma, le scommesse le piglio io, date a me!
- PEPPINO - io voto per Silvio come Bambinello! sennò lo scontentiamo.
- MASSIMUCCIO – Io per Pupo! ha le dimensioni giuste per la culla.
- PINO .D. - io per Matteo, chillo è nu buono guaglione!
- Totò – Io per Gigi D’Alessio!
- EDUARDO – E ha indovinato il principe! Bravo, Totò. Il principe è sempre il Principe! Gesù Bambino lo deve fare Gigino!
- Totò – Esperti si nasce, e io modestamente lo nacqui
- MASSIMO – Gigino…. Oà… Gigino a fa’ o Bambinello…E… manca ancora molto?
- TITINA – Dipende.
- PINO D – Da che dipende?
- TITINA – Shhh, te lo dico dopo. N’i vide che chist s’appiccicheno…
- PEPPINO - (Sbatte la mano sul tavolo) Non se ne parla proprio! O neomelodico nun mi piace!
- EDUARDO – Appunto, noi non lo facciamo cantare! Peppì, non mi innervosire, tu vedi come te lo dico…
- PEPPINO - Ma chillo manco nguèè saprà cantare.
- EDUARDO – Io ti avevo avvisato (Caccia una pistoletta scacciacani e spara al fratello tre colpi) Boom boom booom
(Peppino si accascia su una sedia)
- TOTò – Ehhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh, funicolare senza currente! ?A vulite fernì? V’appiccecate sempe! Per quisquilie, inezie, bazzecoline. 'A morte 'o ssaje ched''e?... è una livella…. (Pino gli mette la mano sulla bocca)
- PINO (a Massimo, sottovoce) –Azz…Ma qui pure le armi? Tenissev na playstation? Je aveva fernì na partita, ero arrivato al settimo livello.
- MASSIMO – Ma che armi! ( e se lo tira) viene cu mme. È la scacciacani che Eduardo usava in PERICOLOSAMENTE per zittire Dorotea, la moglie insopportabile. Ne tiene una pure Pupella, per quando vuole zittire il suo San Giuseppe. Ad esempio, ‘o pomeriggio, qui, si fa la santa pennichella. I do di petto di Luciano Pavarotti fanno impressione a quell’ora…
- PINO -Massimù… ma addò mi puort?
- MASSIMO - A verè…. O presepe.
- PINO– Aspè, vene pure Titina. E vene pure ‘o mast presepiale accussì nun s'appiccicheno più (e si trascina Eduardo)Allora, famme sentr Titì, da che dipende ‘a morte?
- TITINA - Non è tanto da CHE ma da CHI dipende. Quello è come sta (e indica l’alto). L’altro giorno non aveva digerito bene, aveva voluto da Pupella ‘a menesta maritata. Lei gliel’aveva detto che era pesantuccia. E quello ha fatto acidità…
- PINO – C’a menesta?
- TITINA – C’a menesta
- PINO D - E se l’hê pigliata cu i cristiani?
- TITINA (Annuisce) tre poveri padri di famiglia, tre anime innocenti. (conta sulle dita) Infarto, polmonite e il terzo gli è andato di traverso un boccone
- MASSIMO – òà di traverso un boccone..
- PINO – E che se steve magnanno?
- TITINA – i broccoli di natale pure lui, co’ sasiccione e il piedino di porco. Gli è rimasto il piedino in gola, non ha respirato più ed è….
- PINO – è morto?
- TITINA – Sì
- PINO – Guagliù, nun pe sapè i fatti vuoste, ma che s’ê magnato verso capodanno? No, pecchè je steve tantu belle pe cazze re mije.
- TITINA – no, non è colpa di Pupella, quella cucina bene. È che il fegato si intossica a vedere quello che fanno i cristiani, mo per esempio Berlusconi è tornato eleggibile, e 'a colecisti soffre. Perchè tu devi sapere che Nostro Signore soffre di colecisti. E pe' forza!! LUI sta sempe annanza a ‘na televisione…
- PINO – Vere o munno pe’ televisione?
- TITINA – Eccerto. A capodanno l’avrà fatt male il concerto di Gigi D’Alessio. Chill vuleva sentr a te. Cagnava tutt e canal…. Sarà che il nome tuo si è fissato nel pensiero suo… ma chill nun vuleva fa murì a tte!!
- PINO – ahhhhhh…. je che bella soddisfazione… s’è sbagliato… e ccà sta pure a televisione. Tutto tale e quale… A questo punto… neh, ce stess o bancariello re zeppole? Me sta venenne appucundria.
- TITINA- O zeppolaro sta nel presepe. E ci sta pure o trerrote co pere e o musso. E chillo ca venne sfugliatelle e babà. Viene.
- EDUARDO (Di fronte al presepe) – Questo è l’unico presebbio che tiene pure il caffè sospeso! Lo vedi il bar a destra della grotta? Sta scritto "Qui trovate sempre un caffè sospeso"
- MASSIMUCCIO – è overo
- EDUARDO – Pinù, te piace ‘o presebbio?
- PINO – Sì, a me me piace assaje ‘o presebbio.


Sonia D’Alessio 6/01/2014